domenica 26 gennaio 2014

La fine del mondo e Prima dell'alba di Inio Asano: Finally, I'm a Mangalian citizen

Ormai, come sapete sono da mo' nel tunnel dei manga di Inio Asano.Quindi dico grazie, grazie e ancora grazie alla collana Planet Manga della Panini che ha ristampato quelle opere di Asano che non si trovavano più in fumetteria.

L'avesse fatto qualche mese fa magari mi sarei risparmiata di comprare su Ebay i due volumi di Solanin al doppio di prezzo di copertina...
Ma vabbè. 
Intanto, questa settimana mi sono tragugiata tutto La fine del mondo e Prima dell'alba, che oltre a contenere una serie di storie brevi raccoglie anche un paio di interventi di Sua Genialità Mangosa Asano. Una cosa che mi ha colpito è che davvero uno dei temi cari ad Asano è davvero la percezione che si ha di se stessi con il passare del tempo, in che misura l'identità si mantiene e in quale misura cambia. Siccome suppongo che non si sia capisca una beata minchia di quello che intendevo, provo a trascrivere le parole del sensei:

«Ho già ventisei anni. All'improvviso i capelli diventano bianchi, o cadono, o tutte e due le cose. Mi sento prosciugato. Ancora, quando avevo diciassette anni ero troppo cosciente, la mia visione del mondo era troppo complicata, ero pessimista (...) Dicevo ai miei amici - Io fra dieci anni muoio (...)-. Ero davvero un tipo di ragazzo autoconclusivo. E rendiamoci conto che fra dieci anni è il prossimo anno.(...) Fino ad adesso per me la mattina è stata un reset, una situazione di liberazione. Però ultimamente non la percepisco più così. La mattina arriva per tutti, democraticamente, ma non si ripete mai, non è mai uguale a quella precedente. Ho questa specie di idea. Se qualcuno mi chiede che cosa significhi, bé, non so cosa rispondere. Posso solo dire che è una bella sensazione. Se provassi a spiegarlo al me stesso diciassettenne, non ci crederebbe, forse sarebbe in disaccordo, o mi giudicherebbe un vecchio, o uno che è diventato marcio dentro. Ma va bene anche così. O, almeno, oggi credo che andrebbe bene anche così».

Magari anche l'argomentazione di Asano è un filo caotica, ma leggetevi la storia a pagina 185 e tutto vi apparirà meravigliosamente chiaro, luminoso. Comunque, non so voi, ma io anche, se sono incasinate, leggo quelle parole lì e, con gli occhi lucidi,  mi viene voglia di spalancare le mie braccine spastiche e gridare: «Inio, fratello mio!».
E poi c'è quel clima che una volta mi veniva da definire apocalittico, ma che adesso mi viene più da dire che è recessivo. Il licenziamento degli uomini di mezza età che si son sacrificati per l'azienda e la conseguente indolenza disincantata  dei giovani (in Domenica, pomeriggio, sei e mezzo). 
Al di là dei tocchi di colore esotici, nipponici io trovo tutto questo molto italiano, ed è per questo che mi trasmette e mi coinvolge così tanto.
La stessa amarezza e gli stessi brevissimi, salvifici momenti di grazia.I contratti part time e i ragazzi che non trovano lavoro. Le albe che continuano a sorgere, meravigliose, nonostante tutto.  


sabato 18 gennaio 2014

Oroscopo di Internazionale, hai fatto cilecca ma ti lovvo lo stesso!

Mi sa che 'sta settimana l'oroscopo del buon  Rob Brezny ha fatto una gaffe. Qui sotto lo screenshot del mio segno (Dai non rompete, è piccolo ma si legge!)


Storicamente, da buona spastica mezza paralitica, l'agilità e la destrezza manuale mi hanno fatto sempre difetto, anche nelle dita della mano più sana. Non le rimpiango mai come in questi giorni, che ho ripreso a far su e giù da metropolitane e tram. Son giornate di pioggia, dove i piedi scivolano sui pavimenti bagnati  dei mezzi e vorrei che almeno le mie mani avessero più presa sui sostegni. Anche perché, come saprete, cari lettori assoggettati alla mobilità urbana  gli altri passeggeri spintonano che è un piacere. Mi viene da farmi il segno della croce ogni volta che, barcollando, guadagno la scala mobile. Per raggiungere il mio posto di lavoro devo attraversare una strada trafficatissima, che credo sia l'unica in tutta Milano a non avere il semaforo per i pedoni.

Qualcuno sa a chi devo scrivere per farne mettere uno? 


Un compagno di lotta 
Una sera che mi sentivo un pochino affaticata, ho attraversato la strada in un momento di relativa calma e devo esser stata particolarmente lenta perché hanno iniziato a suonarmi come indemoniati. 
La conclusione, oltre a rilevare come diceva Gregory House, che «Una volta c’era più rispetto per gli handicappati» è che adesso salgo o scendo dal tram alla fermata prima, con Marco che mi accompagna e mi ripete la stessa identica frase con cui la madre mi perseguitava vent'anni fa, quando stavo fisicamente meglio di adesso e volevo andarmene un po' a zonzo per le strade del paesello come i miei coetanei normo.
Parole che mi hanno perseguitato per anni e che adesso ritornano, immutate minchia:





«Io non è che non mi fido i te. Io non mi fido degli altri».
Le stesse parole, testuali. Cazzo, Marco si sta trasformando in mia mamma?!

Vabbé che l'autosufficienza, mannaggia non l'ho mai conosciuta ma questo mica è colpa di qualcuno.
Per fortuna che qualche volta la tecnologia viene casualmente in aiuto. Per me gli smartphone sono un pelo una barriera architettonica, dal momento che sono grossi e complicati da maneggiare con una mano sola.

Non posso ancora permettermi l'iPhone che dicono sia un modello di maneggevolezza.
Grazie al cielo c'è Wathsupp. Non riesco a digitare bene sui microtasti dello schermo touchscreen però la registrazione dei messaggi vocali compensa alla grande. Così il tragitto sul tram, una volta guadagnato il posto a sedere, si è trasformato nel mio spazio dedicato alle public relations, sia all'andata che al ritorno. Faccio di quei monologhi interminabili e deliranti, che alle volte ho il sospetto che chi mi sente rida sotto i baffi. Certo la privacy ne risente un attimo, ma vuoi mettere il lato social?

sabato 11 gennaio 2014

Nuovo lavoro: il re è ancora fuso con la traveggola nell'occhio

Diciamolo sottovoce, quasi impercettibilmente: la prima settimana del nuovo lavoro è stata molto, tranquilla. Annusando l’aria che tira in ufficio non mi sembra che il gruppo dei colleghi sia dilaniato da competizioni e odi viscerali: questa è senza dubbio un’ottima cosa, mi sa che la vera sfida i miei nuovi vicini di scrivania se la giocano con Google Analytics.

 Aspetterò ancora un po’ prima di pronunciarmi in modo più deciso, ma la linea di condotta da seguire rimane quella di una cauta, operosa fiducia.

Nel frattempo  vi anticipo che il mio lavoro - al momento - continua a essere quello di scrivere per la rete, dopo la cara vecchia pagina Facebook per il programma di Tele Santi Numi e gli annunci per il sito di e-commerce.

Rimane però il problema costante degli errori: finché c’è post c’è refuso, mi sa soprattutto per chi deve digitare caratteri con una certa rapidità.

L'orrore ortografico
Cazzo, non ci credo che Balzac non abbia piazzato un paio di errori di ortografia a pagina per ogni romanzo della Commedia Umana, e manco Tolstoj in Guerra e Pace anche se credo che il russo scrivesse con filo più calma. Per non parlare di quando si scrive tutti orgasmati di qualcosa che appassiona e allora è via libera alle perversioni più intricate dell’anacoluto.





Cazzo, ma succede a tutti?
O capita solo a me?

Tipo che per quanto rileggi, ti sfugge sempre in pubblicazione  un errore malandrino e stupidissimo.
Cioè, a me mette in imbarazzo un casino: Vedo la pagliuzza nella pagina del vicino – tipo un doppio spazio – e non le minchiate che stanno nella mia: magari c’ho davvero la trave in un occhio.
E se son traviata dalla passione del contenuto, quando faccio il check  poi, va a finire che continuo a spalpognarlo, rimaneggiarlo, sistemarlo, infiocchettarlo con il risultato di infilarci dentro nuove fregnacce e i refusi si disperdono nei rimaneggiamenti come guerriglieri nella boscaglia.

Consigli?

sabato 4 gennaio 2014

Il limbo è agli scoccioli

E martedì si ricomincia.
Non riesco ad articolare molto perché i neuroni sono avvolti da un bello strato di emozione, ansia, speranza a fasi alterne.

Ieri sono andata al centro estetico a liberarmi di qualche chilo di peli superflui, così i miei nuovi colleghi non etichetteranno subito la nuova collega come una parente prossima del Cugino It.

Off topic il posto dove sono andata a farmi fare la ceretta era insolitamente pieno di voci maschili e la radio diffondeva Radio 105 a volume insolitamente alto: probabilmente sono io che penso malissimo ma per più di un attimo ho pensato di essere finita in un luogo di pippe e malaffare, anche perché ho sentito un cliente parlare al telefono con la mamma e ha ripetuto più volte di essere alla fermata della metropolitana.
Del resto, con quel che costa una ceretta oggigiorno, un centro estetico all'apparenza grazioso e di decoro, magari deve per forza differenziare l'offerta...

In questi giorni alla Scoreggia di Versailles si ascoltano un sacco gli 883, sopratutto le canzoni degli anni '90, con l'essenziale contributo coreografico di Mauro Repetto, il bel biondino che poi ha voltato pagina e ha finito per fare prima il cowboy il dirigente a EuroDisney.
Probabilmente oggi Repetto lavora in proprio ma chissà se è al corrente delle condizioni di lavoro psicotiche dei suoi ex colleghi...
Pensare che nelle canzoni degli 883 e anche da altre fonti - tipo Come As you Are,la biografia dei Nirvana di Michael Azzerard - i nineties erano considerati anni di crisi nera, forse dopo lo sbarluccichio degli anni Ottanta.
Quando io e Marcdj facciamo partire questa canzone , al momento che s'arriva al ritornello mi viene da dirgli:  «Guarda che all'automatico con 5 € il distributore di invita a andare a piedi... ».

Vabbè sto divagando ché tanto è gratis. Però la resurrezione dell'uomo Ragno che si lancia in un' EuroDisney revenge non sarebbe affatto male...