Da un paio di settimane alla (sco)reggia di Versailles - ovvero nel monolocale dove viviamo io e Marco - è arrivata quella pelosa macchia rossa di Ketchup. E come promesso, perché io sono braaaaaaava, riprendo ad aggiornre il blog.
Qui, nella pila di libri che perennemente staziona accanto al mio computer adesso c'è anche il dizionario bilingue Italiano -Gatto, Gatto -Italiano.
Dovrebbe esistere anche un manuale sull'essere umano scritto per il lettore felino ovvero Guida completa al tuo coinquilino bipede dove si spiega al micio che se l'essere umano ha una crisi di nervi (che poi, chi la sente mia mamma?!) quando vede graffiato il divano è perché preferisce che l'artiglicure venga fatta altrove.
A volte per me è difficile accettare che arrivata alla fine di una snervante giornata non voglia sempre farsi coccolare ma preferisca accanirsi su un rotolante e anaffettivo tappo di sughero.
Allora inizio a chiedermi se anche il mio gatto mi odia o meglio, se anche lui approfitta della mia insicurezza per manipolarmi (zampolarmi?!) e farmi fare quello che vuole lui.
Ma proprio toccare con mano l'indole serenamente edonistica di un gatto (col cazzo che mi faccio accarezzare quando non mi va) è per me un segnale da cui prendere esempio.
Un micio adotta ogni strategia in suo potere per stare sereno, che è poi esattamente quello che dovrei fare anch'io.
Ma, nella vita in comune con un gatto, almeno per me, quello che ti fa toccare il cielo con un dito è il momento in cui il pinguino miagolante ti si accoccola vicino e inizia a fare le fusa, quella situazione che Jeffrey M. Masson descrive così bene in La vita emotiva dei gatti: « Sentirsi desiderati e apprezzati da una creatura all'apparenza tanto flemmatica e indipendente può rivelarsi molto incoraggiante: - Se piaccio tanto al mio gatto ci dev'essere qualcosa di buono in me».
Balsamo per la mia scompigliata autostima... Meeeeeeowwww!
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domenica 18 gennaio 2015
domenica 19 ottobre 2014
Gatti
Sono stata malata e stanca, anche in vacanza. Anzi, più in ferie che durante gli ultimi giorni di lavoro. E in Sicilia non ho finito di leggere un libro che fosse uno. La sera del mio arrivo mi è venuta l'emicrania. Ma io non sapevo che fosse emicrania. Sentivo un dolore all'occhio che si irradiava al lato sinistro testa. Per sette giorni di fila, ininterrottamente. Sono rientrata a casa estenuata.
Dopo una settimana di malattia sono rientrata in ufficio coi nervi a pezzi. Ancora adesso - e siamo a ottobre inoltrato - faccio fatica a concentrarmi su libri troppo lunghi e, anche mentre scrivo, adesso, fatico a strutturare le idee.
Vorrei tanto un gattino: accarezzare Pio, il più placido dei mici di mia zia, mentre ero ospite a casa sua è stata l'unica cosa che mi ha fatto sentire davvero tranquilla negli ultimi mesi. Affondando le dita nel pelo o facendogli i grattini sotto al collo era se come la rigidità, il panico, l'angoscia che sento dentro ininterrottamente, all'improvviso si dissolvessero. Mi ha procurato un bel po' di autentico sollievo anche se molti considerano questo gesto infantile e, in fondo in fondo, supremamente egocentrico.
Era da anni che non provavo una frustrazione così intensa nel non poter fare qualcosa: non posso decidere di prendere un micio da sola perché non riesco fisicamente a occuparmene. Non posso nemmeno forzare Marco a affrettare i tempi se ora non sente il bisogno di prendersi cura di un felino.
Mi rendo conto che il mio malessere a causa di questa cosa può sembrare sproporzionato, ci sono molte altre cose che non posso fare per via della mia mano sifola (aiutarlo sul serio nelle faccende domestiche, tipo), ma questi ostacoli all'amico gatto li percepisco come un dolore atroce e ininterrotto...
L'ho già detto che capisco benissimo che può sembrare un discorso fuori luogo?
Uno dei pochi libri che sono riuscita a finire nelle scorse settimane è stato La vita emotiva dei gatti di Jeffrey Moussaieff Masson e nel paragrafo in cui analizzava il rapporto tra coccole a un gatto e autostima mi è venuto quasi di piangere.
Ma non potresti fare le coccole a un bipede?
Non è che non ami Marco o non voglia bene ai miei amici, ma si tratta di una sensazione completamente diversa. Che per qualche motivo non riesco a innescare e riprodurre con gli altri esseri umani per quanto possa divertirmi, amarli e sentirmi rassicurata dalla loro presenza. E forse il gatto è una via di fuga, ma appoggiarmi su quei polpastrelli rosei mi dà una tranquillità impagabile e luminosa.
Dopo una settimana di malattia sono rientrata in ufficio coi nervi a pezzi. Ancora adesso - e siamo a ottobre inoltrato - faccio fatica a concentrarmi su libri troppo lunghi e, anche mentre scrivo, adesso, fatico a strutturare le idee.
Vorrei tanto un gattino: accarezzare Pio, il più placido dei mici di mia zia, mentre ero ospite a casa sua è stata l'unica cosa che mi ha fatto sentire davvero tranquilla negli ultimi mesi. Affondando le dita nel pelo o facendogli i grattini sotto al collo era se come la rigidità, il panico, l'angoscia che sento dentro ininterrottamente, all'improvviso si dissolvessero. Mi ha procurato un bel po' di autentico sollievo anche se molti considerano questo gesto infantile e, in fondo in fondo, supremamente egocentrico.
Era da anni che non provavo una frustrazione così intensa nel non poter fare qualcosa: non posso decidere di prendere un micio da sola perché non riesco fisicamente a occuparmene. Non posso nemmeno forzare Marco a affrettare i tempi se ora non sente il bisogno di prendersi cura di un felino.
Mi rendo conto che il mio malessere a causa di questa cosa può sembrare sproporzionato, ci sono molte altre cose che non posso fare per via della mia mano sifola (aiutarlo sul serio nelle faccende domestiche, tipo), ma questi ostacoli all'amico gatto li percepisco come un dolore atroce e ininterrotto...
L'ho già detto che capisco benissimo che può sembrare un discorso fuori luogo?
Uno dei pochi libri che sono riuscita a finire nelle scorse settimane è stato La vita emotiva dei gatti di Jeffrey Moussaieff Masson e nel paragrafo in cui analizzava il rapporto tra coccole a un gatto e autostima mi è venuto quasi di piangere.
Ma non potresti fare le coccole a un bipede?
Non è che non ami Marco o non voglia bene ai miei amici, ma si tratta di una sensazione completamente diversa. Che per qualche motivo non riesco a innescare e riprodurre con gli altri esseri umani per quanto possa divertirmi, amarli e sentirmi rassicurata dalla loro presenza. E forse il gatto è una via di fuga, ma appoggiarmi su quei polpastrelli rosei mi dà una tranquillità impagabile e luminosa.
domenica 3 agosto 2014
Fantasmi. E Giornalismo
Ieri ho letto su Internazionale di 2 settimane fa un articolo che mi ha colpito così tanto, Nella terra degli spiriti, di tal Richard Llyod Parry, che anche mentre facevo altro mi tornava in mente improvviso come l'apparizione di un fantasma.
Date un occhio all'estratto della versione originale dell'articolo qui: parla degli spettri e dei fantasmi che infestano la regione giapponese del Tōhoku da quando lo tsunami l'ha colpita 3 anni fa. Sono anime di persone morte, travolte dalle onde o colpite dai detriti che non riescono a trovare pace se non dopo offerte, attenzione o preghiere dei monaci e a volte si insinuano addirittura nel corpo degli abitanti del luogo: una roba tipo la trama del romanzo Un' inquietante simmetria di Audrey Niffenegger.
A differenza delle vicende di fantasmi che siamo abituati a sentire, quelle raccontate nel reportage non erano le vicende di uno spettro isolato e antico, ma di una vera moltitudine - uomini, donne, bambini, animali domestici - e di creature nostre contemporanee, non vissute decenni o secoli fa.
Così tanti e così vicini.
Chissà perché non si è mai sentito parlare dei fantasmi, per dire, dei campi di concentramento. Forse perché il loro ricordo é vivo e questo li ha placati? Ma se pure il ricordo della loro morte è vivo, possiamo dire lo stesso di loro come persone? Di ogni persona uccisa: ebreo, dissidente, handicappato, gay? Ho immaginato il pallido, debolmente fluorescente ectoplasma di un bimbo down fatto fuori con i primi esperimenti di Zyklon B che deve aggirarsi da qualche parte della Germania, con gli stessi occhi a mandorla dei bimbi giapponesi uccisi dallo tsunami nel 2011. Il che mi ha suscitato un'inondazione di tristezza, ma anche la solita smania curiosa che mi prende quando qualcosa mi colpisce molto.
E mi sento grata al giornalismo, che io faccio spallucce e ogni tanto dico che il giornalismo non mi interessa, meglio i romanzi, ma poi leggi reportage coi fiocchi, come quello del signor Richard Llyod Parry e allora ti dici: «Che cazzo, non ho capito una minchia». Con le storie di quelle persone che sembrano protendersi per uscire fuori dalla pagina come fa a capitarmi di pensare che il giornalismo è solo un resoconto di fatti?
Date un occhio all'estratto della versione originale dell'articolo qui: parla degli spettri e dei fantasmi che infestano la regione giapponese del Tōhoku da quando lo tsunami l'ha colpita 3 anni fa. Sono anime di persone morte, travolte dalle onde o colpite dai detriti che non riescono a trovare pace se non dopo offerte, attenzione o preghiere dei monaci e a volte si insinuano addirittura nel corpo degli abitanti del luogo: una roba tipo la trama del romanzo Un' inquietante simmetria di Audrey Niffenegger.
A differenza delle vicende di fantasmi che siamo abituati a sentire, quelle raccontate nel reportage non erano le vicende di uno spettro isolato e antico, ma di una vera moltitudine - uomini, donne, bambini, animali domestici - e di creature nostre contemporanee, non vissute decenni o secoli fa.
Così tanti e così vicini.
Chissà perché non si è mai sentito parlare dei fantasmi, per dire, dei campi di concentramento. Forse perché il loro ricordo é vivo e questo li ha placati? Ma se pure il ricordo della loro morte è vivo, possiamo dire lo stesso di loro come persone? Di ogni persona uccisa: ebreo, dissidente, handicappato, gay? Ho immaginato il pallido, debolmente fluorescente ectoplasma di un bimbo down fatto fuori con i primi esperimenti di Zyklon B che deve aggirarsi da qualche parte della Germania, con gli stessi occhi a mandorla dei bimbi giapponesi uccisi dallo tsunami nel 2011. Il che mi ha suscitato un'inondazione di tristezza, ma anche la solita smania curiosa che mi prende quando qualcosa mi colpisce molto.
E mi sento grata al giornalismo, che io faccio spallucce e ogni tanto dico che il giornalismo non mi interessa, meglio i romanzi, ma poi leggi reportage coi fiocchi, come quello del signor Richard Llyod Parry e allora ti dici: «Che cazzo, non ho capito una minchia». Con le storie di quelle persone che sembrano protendersi per uscire fuori dalla pagina come fa a capitarmi di pensare che il giornalismo è solo un resoconto di fatti?
domenica 20 luglio 2014
La vita sessuale delle gemelle siamesi mixed by La dura legge del gol
Sto leggendo La vita sessuale delle gemelle siamesi di Irvine Welsh e boh, ogni volta che esce un suo libro, non so perché per me è come se fosse il mio compleanno o il 31 dicembre nel senso che mi vengono da fare un sacco di bilanci esistenziali e cose così.
In questo romanzo non c'è un grammo di droga, l'ambientazione non è la Scozia ma la soleggiata Florida, ma i personaggi sono i soliti personaggi tormentati e incazzati alla Welsh, con i loro traumi e le loro dipendenze che in questo caso si chiamano fitness o cibo.
Avete presente quei programmi che trasmettono su Real Time dove una coach cazzutissima fa il pressing emotivo su una donna obesa per farla dimagrire? Ecco la ciccia della trama è quella, con in più una componente omosessuale e la storia (appunto) di due gemelle siamesi ma questa è vista da lontano e fa capolino solo ogni tanto così non mi è ancora chiaro cosa ci faccia lì.
Mi sembra sempre che il vecchio Irvine le cartucce migliori se le spari per le storie di Renton e soci (vedi Skagboys), ma questa storia dell'ambientazione fighetta americana è una cosa che non ti aspetti, ed è bello vedere come si indaghino le stesse dinamiche di ossessioni e dipendenza in un contesto differente da quello abituale dei suoi romanzi. Vediamo dove va a parare.
(I bilanci a cui facevo riferimento all'inizio hanno a che vedere con ipotetici romanzi su cui si allungano ombre inquietanti, tipo: si può scrivere un romanzo distrutti dalla cervicale?)
Come al solito d'estate sto mediamente di merda, devo dormire un sacco e ieri mentre ascoltavo La dura legge del gol mi è venuta una fitta di nostalgia per una mia amica bionda che non sento da almeno due anni. La solita esasperata sensibilità adolescenziale fuori tempo di 15 anni. Mah!
In questo romanzo non c'è un grammo di droga, l'ambientazione non è la Scozia ma la soleggiata Florida, ma i personaggi sono i soliti personaggi tormentati e incazzati alla Welsh, con i loro traumi e le loro dipendenze che in questo caso si chiamano fitness o cibo.
Avete presente quei programmi che trasmettono su Real Time dove una coach cazzutissima fa il pressing emotivo su una donna obesa per farla dimagrire? Ecco la ciccia della trama è quella, con in più una componente omosessuale e la storia (appunto) di due gemelle siamesi ma questa è vista da lontano e fa capolino solo ogni tanto così non mi è ancora chiaro cosa ci faccia lì.
Mi sembra sempre che il vecchio Irvine le cartucce migliori se le spari per le storie di Renton e soci (vedi Skagboys), ma questa storia dell'ambientazione fighetta americana è una cosa che non ti aspetti, ed è bello vedere come si indaghino le stesse dinamiche di ossessioni e dipendenza in un contesto differente da quello abituale dei suoi romanzi. Vediamo dove va a parare.
(I bilanci a cui facevo riferimento all'inizio hanno a che vedere con ipotetici romanzi su cui si allungano ombre inquietanti, tipo: si può scrivere un romanzo distrutti dalla cervicale?)
Come al solito d'estate sto mediamente di merda, devo dormire un sacco e ieri mentre ascoltavo La dura legge del gol mi è venuta una fitta di nostalgia per una mia amica bionda che non sento da almeno due anni. La solita esasperata sensibilità adolescenziale fuori tempo di 15 anni. Mah!
domenica 13 luglio 2014
Prendi i soldi e corri a meditare!
Ieri mentre mi aggiravo, più spastica che mai in libreria, mi sono rimessa a pensare che, da lettrice, quel che distingue un vero romanziere è udite udite l'uso del passato remoto. Che pensata ottocentesca, eh? Eppure, nell' inconscio è un'idea radicatissima.
Poi, mi è capitato tra le mani un libro di fantascienza, un romanzo d'esordio semplice e senza pretese, e mi son ritrovata a pensare che se non hai affinato abbastanza la bravura del vero romanziere, il passato remoto rende ancora più artificoso e pretenzioso un romanzo: si vede proprio che è una storia, magari anche avvincente, ma aletteraria.
Per questo ho paura di usarlo.
Nelle prossime settimane mi tocca rimettermi a scrivere perché voglio partecipare a un premio letterario riservato alle persone con disabilità, con l'obiettivo di allungare la mia spastica manina sul primo premio di 500 Euri.
L'idea è quella di istituire un fondo cassa per un viaggio in Irlanda o più probabilmente di pagarmi le lezioni di yoga.
Dal momento che concorro solo per soldi, ho già bene in mente di cosa scriverò ( ormai sono una scaltra operaia dell'industria dell'intrattenimento), mi rimangono un paio di dubbi sul taglio da dare e sul tempo verbale da usare. Boh, magari mi cimento, con 'sto benedetto passato remoto.
In realtà penso anche che quel che vorrei scrivere adesso sulla disabilità è un saggio su Pinocchio e sui falsi invalidi il gatto e la volpe, e poi sul dolore lancinante del mio primo contratto non rinnovato, che anche se sono passati anni, ogni giorno che passa son sempre più convinta di non aver affatto superato la cosa: ogni tanto mi viene ancora in mente il produttore del programma che sotto Natale era passato in redazione per sbaciucchiare le mie colleghe e a me non aveva neanche stretto la mano. Che lo yoga ci aiuti!
Poi, mi è capitato tra le mani un libro di fantascienza, un romanzo d'esordio semplice e senza pretese, e mi son ritrovata a pensare che se non hai affinato abbastanza la bravura del vero romanziere, il passato remoto rende ancora più artificoso e pretenzioso un romanzo: si vede proprio che è una storia, magari anche avvincente, ma aletteraria.
Per questo ho paura di usarlo.
Nelle prossime settimane mi tocca rimettermi a scrivere perché voglio partecipare a un premio letterario riservato alle persone con disabilità, con l'obiettivo di allungare la mia spastica manina sul primo premio di 500 Euri.
L'idea è quella di istituire un fondo cassa per un viaggio in Irlanda o più probabilmente di pagarmi le lezioni di yoga.
Dal momento che concorro solo per soldi, ho già bene in mente di cosa scriverò ( ormai sono una scaltra operaia dell'industria dell'intrattenimento), mi rimangono un paio di dubbi sul taglio da dare e sul tempo verbale da usare. Boh, magari mi cimento, con 'sto benedetto passato remoto.
In realtà penso anche che quel che vorrei scrivere adesso sulla disabilità è un saggio su Pinocchio e sui falsi invalidi il gatto e la volpe, e poi sul dolore lancinante del mio primo contratto non rinnovato, che anche se sono passati anni, ogni giorno che passa son sempre più convinta di non aver affatto superato la cosa: ogni tanto mi viene ancora in mente il produttore del programma che sotto Natale era passato in redazione per sbaciucchiare le mie colleghe e a me non aveva neanche stretto la mano. Che lo yoga ci aiuti!
domenica 6 luglio 2014
Il complesso di infimità
Il Talmud dice che il Giorno del Giudizio ci verrà chiesto conto di tutte le volte che avremmo potuto divertirci e non l'abbiam fatto. Di conseguenza, mi sono già immaginata trilioni di volte il Signore Iddio che mi agita l'indice sotto al naso e mi fissa con lo sguardo di chi vuol mangiarti la faccia: «C'erano i cappellini e le trombette di carta, le stelle filanti, la Coca Cola, Brigitte Bardot-Bardot, la birra e anche un tiro di canna per chiudere in bellezza, ma tu niente. Sempre lì vigliaccamente a cercare il mondo, di non scontentare parenti, amici, capi, colleghi, mamme, fidanzati, la commessa della Feltrinelli che s'incazza perché dice che il titolo che le hai chiesto non è disponibile in italiano e non era mica vero. Se uno strazio patetico. Una noia infinita. Già con le mutande abbassate prima che te lo mettano nel culo, nella speranza che ti facciano meno male. E non hai mai dico MAI capito che così il prossimo tuo si sente autorizzato a infierire ancora di più, a darti la rispostaccia che non si permetterebbe mai di dare ad anima viva, morta o X».
Ok, anche il fatto che in questo mio film mentale abbia trasformato Dio, Padre amorevole, nel mio Super Io spietato, la dice lunga sul mio complesso. No, non è un complesso di inferiorità. Il mio è un complesso di infimità. Qualcuno mi aiuti. Perché l'estate, l'afa, il caldo mi fanno sentire una scoreggina che ondeggia sulle due gambine, ancora più fetida.
E no, caro lettore. Non funziona se mi dici di fregarmene. Perché, caro lettore, come reagiresti se me ne fregassi proprio di te?
Vi ricordate di Edna 'O Brien e della sua trilogia di cui ho scritto qualche settimana fa? Ieri, alla Feltrinelli, dove la commessa mi ha risposto che Il libro di George Sand non esisteva in traduzione italiana, quando invece l'aveva pubblicato proprio la Feltrinelli (e non ho avuto il coraggio di dirglielo!!!) ero indecisa se comprare un manuale di autostima, cosa che non ho fatto perché avevo paura di far incazzare e/o preoccupare Marco. Poi da uno scaffale di letteratura ho visto Country Girl, l'autobiografia di Edna 'O Brien, che mi fissava. Allora ho preso quella, insieme a Grandi Regine di Roberto Piumini e Santa Barbara dei Fulmini di Jorge Amado, perché 'sta settimana avevo un po' di soldi extra. Mi immagino sempre la scrittura della'O Brien come una fantasia a righe rosa e grigie, senza pretese, ma genuina, e proprio in questa rosea autenticità sta la sua forza e la sua grandezza consolante.
Ok, anche il fatto che in questo mio film mentale abbia trasformato Dio, Padre amorevole, nel mio Super Io spietato, la dice lunga sul mio complesso. No, non è un complesso di inferiorità. Il mio è un complesso di infimità. Qualcuno mi aiuti. Perché l'estate, l'afa, il caldo mi fanno sentire una scoreggina che ondeggia sulle due gambine, ancora più fetida.
E no, caro lettore. Non funziona se mi dici di fregarmene. Perché, caro lettore, come reagiresti se me ne fregassi proprio di te?
Vi ricordate di Edna 'O Brien e della sua trilogia di cui ho scritto qualche settimana fa? Ieri, alla Feltrinelli, dove la commessa mi ha risposto che Il libro di George Sand non esisteva in traduzione italiana, quando invece l'aveva pubblicato proprio la Feltrinelli (e non ho avuto il coraggio di dirglielo!!!) ero indecisa se comprare un manuale di autostima, cosa che non ho fatto perché avevo paura di far incazzare e/o preoccupare Marco. Poi da uno scaffale di letteratura ho visto Country Girl, l'autobiografia di Edna 'O Brien, che mi fissava. Allora ho preso quella, insieme a Grandi Regine di Roberto Piumini e Santa Barbara dei Fulmini di Jorge Amado, perché 'sta settimana avevo un po' di soldi extra. Mi immagino sempre la scrittura della'O Brien come una fantasia a righe rosa e grigie, senza pretese, ma genuina, e proprio in questa rosea autenticità sta la sua forza e la sua grandezza consolante.
domenica 29 giugno 2014
Scusate il ritardo, ma io so perché l'Italia ha perso col Costa Rica
In questi giorni c'ho l'occhio sguercio, il sinistro, ancora più sifolo del solito, quindi la settimana scorsa non son riuscita a aggiornare il blog. 'Sta settimana il mio occhio sguercio è ancora ugualmente sifolo, ma due righe le devo assolutamente scrivere.
Tipo che il giorno di Italia- Costa Rica ho capito che non puoi sapere mai davvero tutto delle persone con cui dividi la tua vita. Arrivo a casa dal lavoro e mi precipito tutta trafelata ad accendere la tv per seguire la partita, ma siccome son così sudata che mi sento appiccicare alla sedia decido di alzare un po' il volume e di andare a farmi una doccia.
Nel mentre arriva Marcalciofregancazzo, a cui dei Mondiali non frega una benamata minchia.
Io son sotto la doccia, e della telecronaca non riesco a sentire un cazzo. Allora a un certo punto spengo l'acqua e gli faccio: «'Moreeeeeehh, a quanto sono?». «1-0 mi sembra per l'Italia». Nel frattempo sono uscita e mi sto asciugando, quando lui formula la domanda più incredibile, nella storia delle domande incredibili e mi fa: «Scusa Gloria, ma quanto dura una partita di calcio?».
Per un attimo il mondo si ferma. Anche le goccioline d'acqua sui miei capelli smettono di cadere per la sorpresa.Poi, il boato della mia risposta:«Ma 90 minuti, no?!».
Finisco di asciugarmi e torno nell'unico locale del nostro monolocale, chiedendomi com'è che, quando l'Italia ha segnato, non il nostro palazzo non ha vacillato per le grida e le manifestazioni di entusiasmo. Allora scopro quello che il resto del mondo già sapeva, ovvero che c'era sì una squadra in vantaggio, ma non era mica l'Italia.
Quindi scopro un'altra cosa del mio fidanzato che ignoravo e che lui mi butta lì con disinvoltura: se Marco guarda una partita dell'Italia, l'Italia perde. Mi precipito istantaneamente sul telecomando e spengo la tv, ma ormai la frittata è fatta.
Durante Italia-Uruguay la tele naturalmente è rimasta spenta e non ho osato nemmeno controllare l'andamento della partita su Internet, per paura che l'occhio di Marco potesse cadere sul risultato. Come sapete il mio scrupolo è servito a 'ngazz, e il mio entusiasmo calcistico, come dopo ogni ultima Partita dell'Italia ai Mondiali, a pochi minuti dalla sconfitta è andato in letargo dove ci resterà per i prossimi quattro anni.
Tipo che il giorno di Italia- Costa Rica ho capito che non puoi sapere mai davvero tutto delle persone con cui dividi la tua vita. Arrivo a casa dal lavoro e mi precipito tutta trafelata ad accendere la tv per seguire la partita, ma siccome son così sudata che mi sento appiccicare alla sedia decido di alzare un po' il volume e di andare a farmi una doccia.
Nel mentre arriva Marcalciofregancazzo, a cui dei Mondiali non frega una benamata minchia.
Io son sotto la doccia, e della telecronaca non riesco a sentire un cazzo. Allora a un certo punto spengo l'acqua e gli faccio: «'Moreeeeeehh, a quanto sono?». «1-0 mi sembra per l'Italia». Nel frattempo sono uscita e mi sto asciugando, quando lui formula la domanda più incredibile, nella storia delle domande incredibili e mi fa: «Scusa Gloria, ma quanto dura una partita di calcio?».
Per un attimo il mondo si ferma. Anche le goccioline d'acqua sui miei capelli smettono di cadere per la sorpresa.Poi, il boato della mia risposta:«Ma 90 minuti, no?!».
Finisco di asciugarmi e torno nell'unico locale del nostro monolocale, chiedendomi com'è che, quando l'Italia ha segnato, non il nostro palazzo non ha vacillato per le grida e le manifestazioni di entusiasmo. Allora scopro quello che il resto del mondo già sapeva, ovvero che c'era sì una squadra in vantaggio, ma non era mica l'Italia.
Quindi scopro un'altra cosa del mio fidanzato che ignoravo e che lui mi butta lì con disinvoltura: se Marco guarda una partita dell'Italia, l'Italia perde. Mi precipito istantaneamente sul telecomando e spengo la tv, ma ormai la frittata è fatta.
Durante Italia-Uruguay la tele naturalmente è rimasta spenta e non ho osato nemmeno controllare l'andamento della partita su Internet, per paura che l'occhio di Marco potesse cadere sul risultato. Come sapete il mio scrupolo è servito a 'ngazz, e il mio entusiasmo calcistico, come dopo ogni ultima Partita dell'Italia ai Mondiali, a pochi minuti dalla sconfitta è andato in letargo dove ci resterà per i prossimi quattro anni.
domenica 15 giugno 2014
Ha piovuto, finalmente!
Lo capisci quando sei sudato. Ti diventa chiaro quando sei stanco, affaticato, esasperato e poi il cielo diventa plumbeo, e si alza un po' d'aria e alla fine si mette a piovere che sì, Dio è in una brezza che soffia leggera.
(Sto leggendo Dio. Una biografia di Jack Miles. Un mattone eh, ma uno dei saggi migliori su cui mi sia capitato di mettere le mani).
(Sto leggendo Dio. Una biografia di Jack Miles. Un mattone eh, ma uno dei saggi migliori su cui mi sia capitato di mettere le mani).
domenica 8 giugno 2014
I capelli incasinati, Twin Peaks e la mia scialba vita onirica
Ieri sera guardando un video di Carole King sono stata risucchiata in un trip assurdo sul fatto che nei decenni passati chi veniva ripreso durante un'esibizione aveva sempre i capelli in disordine. Mi succede ogni volta che guardo Radio Capital Tv e, dal momento che Marco la adora, mi capita spesso di vedere le dive del pop in piena tempesta elettrica di capelli. Non so perché la cosa mi sconvolga così.
Boh, provateci voi oggi a uscire così, quando non si prende neanche la metropolitana senza essersi date almeno un paio di colpi di piastra. Poi, stanotte ho addirittura sognato che dovevo scrivere un post su questa cosa. Quindi dal momento che - come insegna Twin Peaks - ai sogni bisogna dare retta, eseguo.
Ah, I segreti di Twin Peaks è la mia ultima mania. E' incredibile: mi terrorizza ma non riesco a smettere di guardare.E poi Dale Cooper è un mito. I personaggi femminili hanno tutti delle acconciature impeccabili e anche quelli maschili non hanno mai un capello fuori posto.
Geniale come alterna scene oniriche terrificanti alle piccole gioie quotidiane, look anni '50 e camice a quadri che col senno di poi fanno tanto grunge. Che poi il successo di Twin Peaks e quello di Nevermind dei Nirvana sono più o meno contemporanei, no?
Marco mi ha già avvisata che la seconda stagione finisce di merda con una conclusione buttata lì in fretta e furia. Staremo a vedere...
Intanto mi sono già messa alla ricerca di L'autobiografia dell'agente speciale Dale Cooper e del Diario segreto di Laura Palmer. Di sicuro prima o poi leggerò anche In acque profonde, il saggio di Lynch sulla creatività perché voglio sapere cosa dice a proposito del rapporto tra i sogni e l'immaginazione. Marco è molto rigoroso coi suoi, per molto tempo ha trascritto i suoi sul suo blog e ogni mattina di chiede cosa ho sognato. Io difficilmente me li ricordo e nella mia vita pre Twin Peaks sinceramente non me ne è mai fregato un cazzo, ma adesso inizio a pensare che probabilmente mi sono sbagliata.
Boh, provateci voi oggi a uscire così, quando non si prende neanche la metropolitana senza essersi date almeno un paio di colpi di piastra. Poi, stanotte ho addirittura sognato che dovevo scrivere un post su questa cosa. Quindi dal momento che - come insegna Twin Peaks - ai sogni bisogna dare retta, eseguo.
Ah, I segreti di Twin Peaks è la mia ultima mania. E' incredibile: mi terrorizza ma non riesco a smettere di guardare.E poi Dale Cooper è un mito. I personaggi femminili hanno tutti delle acconciature impeccabili e anche quelli maschili non hanno mai un capello fuori posto.
Geniale come alterna scene oniriche terrificanti alle piccole gioie quotidiane, look anni '50 e camice a quadri che col senno di poi fanno tanto grunge. Che poi il successo di Twin Peaks e quello di Nevermind dei Nirvana sono più o meno contemporanei, no?
Marco mi ha già avvisata che la seconda stagione finisce di merda con una conclusione buttata lì in fretta e furia. Staremo a vedere...
Intanto mi sono già messa alla ricerca di L'autobiografia dell'agente speciale Dale Cooper e del Diario segreto di Laura Palmer. Di sicuro prima o poi leggerò anche In acque profonde, il saggio di Lynch sulla creatività perché voglio sapere cosa dice a proposito del rapporto tra i sogni e l'immaginazione. Marco è molto rigoroso coi suoi, per molto tempo ha trascritto i suoi sul suo blog e ogni mattina di chiede cosa ho sognato. Io difficilmente me li ricordo e nella mia vita pre Twin Peaks sinceramente non me ne è mai fregato un cazzo, ma adesso inizio a pensare che probabilmente mi sono sbagliata.
lunedì 2 giugno 2014
Karoo, o caro Steve Tesich!
Premessa: questo non è tanto un post, quanto una telefonata alla mia amica Al, che data l'ora - adesso sono le 09.15 - e il dì di festa preferisco non chiamare. Ma devo assolutamente dirle di leggere Karoo di Steve Tesich.
Perché parla di una manciata di cose che ossessionano (o hanno ossessionato) entrambe ovvero:
1) La drammaturgia
2) Il rapporto tra la drammaturgia e la vita
3) Gli uomini irrecuperabilmente egocentrici
4) Dio
Grazie al Cielo la voce 3 è stata depennata per entrambe, ma le altre credo sussistano ancora tutte.
A dire il vero un po' mi scoccia che qualcuno abbia già scritto un romanzo così ricco e inappuntabile sul rapporto tra la sceneggiatura e la vita, perché quanto la mia fiducia nelle mie capacità di scrittura fa capolino penso sempre che mi piacerebbe raccontare proprio di questo: Affinità e divergenze tra l'ABC della drammaturgia di Yves Lavandier e la nostra vita dove le linee narrative brancolano cazzo di cane.
Però l'ha già fatto l'amico Steve, con questo signor romanzo.
A dire il vero, ho un attimo diffidato prima di iniziare a leggerlo perché nella fascetta si faceva riferimento all'autore come una specie di Mordecai Richler (quello della versione di Barney) e io odio i paragoni con altri autori nelle fascette dei libri, almeno quanto amo Mordecai Richler, ragion per cui ho rischiato di lasciare Karoo lì sullo scaffale della libreria. Ma poi ho letto una buona recensione, e sono uscita a comprarmelo un sabato pomeriggio dopo pranzo.
All'inizio devo ammettere che la prosa mi ha lasciato un filo interdetta, magnifica davvero eh, ma proprio identica a quella di Richler come stile e temi. Ragion per cui mi sono presa una pausa di una settimanella leggendo altro. E poi tac!, quando l'ho ripreso in mano la sorpresa: a metà del libro la storia decolla lasciando intuire il grande schianto finale e la sua natura tragica - con tanto di catarsi -.
C'è proprio tutto: l'hybris, l'ironia tragica, la colpa oggettiva, quella soggettiva, la catastrofe e appunto, la catarsi.
Solo che invece di essere scritta in versi è in prosa inglese ed è ambientata nell'anno 1991.
A questo punto, vi racconto una cosa.
Ancora mi tormenta che saranno stati 7 anni fa all' esame di drammaturgia ho preso 27. Nessun esame in vita mia mi aveva mai appassionato così tanto o fatto scoprire cose così importanti per me. E' stato il corso più significativo che abbia mai seguito in vita mia e prendere 3 punti in meno del 30 all'esame è stata una secchiata di acqua ghiacciata su una strada cosparsa di merda. Per anni a ripensarci ho sempre sentito il brivido post traumatico, quello che ti fa contrarre le spalle quando ti torna in mente una cosa bruttissima.
Leggere Karoo è stato come aver ridato l'esame. E no, non ho mica preso 30 e lode. Ho preso 27 ma mi sono accorta che il voto non significa un cazzo.
Al accidenti, vai a comprarti quel libro, leggitelo e poi ne parliamo.
Perché parla di una manciata di cose che ossessionano (o hanno ossessionato) entrambe ovvero:
1) La drammaturgia
2) Il rapporto tra la drammaturgia e la vita
3) Gli uomini irrecuperabilmente egocentrici
4) Dio
Grazie al Cielo la voce 3 è stata depennata per entrambe, ma le altre credo sussistano ancora tutte.
A dire il vero un po' mi scoccia che qualcuno abbia già scritto un romanzo così ricco e inappuntabile sul rapporto tra la sceneggiatura e la vita, perché quanto la mia fiducia nelle mie capacità di scrittura fa capolino penso sempre che mi piacerebbe raccontare proprio di questo: Affinità e divergenze tra l'ABC della drammaturgia di Yves Lavandier e la nostra vita dove le linee narrative brancolano cazzo di cane.
Però l'ha già fatto l'amico Steve, con questo signor romanzo.
A dire il vero, ho un attimo diffidato prima di iniziare a leggerlo perché nella fascetta si faceva riferimento all'autore come una specie di Mordecai Richler (quello della versione di Barney) e io odio i paragoni con altri autori nelle fascette dei libri, almeno quanto amo Mordecai Richler, ragion per cui ho rischiato di lasciare Karoo lì sullo scaffale della libreria. Ma poi ho letto una buona recensione, e sono uscita a comprarmelo un sabato pomeriggio dopo pranzo.
All'inizio devo ammettere che la prosa mi ha lasciato un filo interdetta, magnifica davvero eh, ma proprio identica a quella di Richler come stile e temi. Ragion per cui mi sono presa una pausa di una settimanella leggendo altro. E poi tac!, quando l'ho ripreso in mano la sorpresa: a metà del libro la storia decolla lasciando intuire il grande schianto finale e la sua natura tragica - con tanto di catarsi -.
C'è proprio tutto: l'hybris, l'ironia tragica, la colpa oggettiva, quella soggettiva, la catastrofe e appunto, la catarsi.
Solo che invece di essere scritta in versi è in prosa inglese ed è ambientata nell'anno 1991.
A questo punto, vi racconto una cosa.
Ancora mi tormenta che saranno stati 7 anni fa all' esame di drammaturgia ho preso 27. Nessun esame in vita mia mi aveva mai appassionato così tanto o fatto scoprire cose così importanti per me. E' stato il corso più significativo che abbia mai seguito in vita mia e prendere 3 punti in meno del 30 all'esame è stata una secchiata di acqua ghiacciata su una strada cosparsa di merda. Per anni a ripensarci ho sempre sentito il brivido post traumatico, quello che ti fa contrarre le spalle quando ti torna in mente una cosa bruttissima.
Leggere Karoo è stato come aver ridato l'esame. E no, non ho mica preso 30 e lode. Ho preso 27 ma mi sono accorta che il voto non significa un cazzo.
Al accidenti, vai a comprarti quel libro, leggitelo e poi ne parliamo.
domenica 27 aprile 2014
Compatitemi e passatemi un Lines!
L'ipocondria è quel fenomeno per cui una donna di trent'anni va a fare la pipì, ci vede del sangue e pensa : «Cazzo, ho un'emorragia interna!». Alla fine, si messi l'assorbente e il sipario calò sulla vicenda, ma non prima di aver fatto un'opportuna googlata sangue nelle urine. Fu l'occasione per scoprire il nome medico del fenomeno, che è ematuria: splendido e imponente, se mai un giorno avrò una gatta rossa, la chiamerò così. Per ora di rosso c'è solo la mia, di micetta sanguinante. E mi chiedo se mestruazioni e una lesione interna si possono verificare in contemporanea.
lunedì 21 aprile 2014
Attacchi di panico? Leggete 'Ci rivediamo lassù'!
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| Un tempo mia madre me lo somministrava con l'imbuto |
Chiedermi:«... Ma come fai a vivere così?» è una domanda che tormenta anche me, dal momento che me lo chiedo pure io almeno ogni venti secondi.
In questi giorni l'unico rimedio che ha funzionato è stata l'omeopatia letteraria. Infatti Ci rivediamo lassù di Pierre Lemaitre prima ancora che un grande romanzo è stato l'incontro con mio fratello Albert Maillard. Ritenuto inetto dalla madre, esitante impiegato di patologicamente insicuro, tremante, irresoluto il libro si apre con un capitolo che fa rizzare i capelli in testa - che non vi svelo - vi dico solo che, arrivata in fondo, boccheggiavo.
Cosa c'è di peggio per una persona con i nervi a fior di pelle che ritrovarsi coinvolta in quella guerra di logoramento che è stato il primo conflitto mondiale? In realtà le trincee occupano solo una piccola parte del romanzo: il bello viene dopo, nella fase post bellica.
Cosa c'è di peggio per una persona con i nervi a fior di pelle che ritrovarsi coinvolta in quella guerra di logoramento che è stato il primo conflitto mondiale? In realtà le trincee occupano solo una piccola parte del romanzo: il bello viene dopo, nella fase post bellica.
L'autore è stato bravissimo a infilare Albert in una serie di situazioni che fanno pensare alla legge di Murphy, sempre impressa nella mente di noi angosciati cronici ovvero Se qualcosa può andare male lo farà. L'incontro con Edouard, l'altro protagonista del libro, trascina Albert in un vortice di fatti e misfatti che sono il peggior incubo di una persona agitata perenne : dalla falsificazione di documenti alla truffa.... Bellissimi passaggi in cui gli sfilano davanti le possibili, catastrofiche conseguenze delle sue azioni: sarà che le ho apprezzate così tanto perché anch'io sono una grandissima regista di film mentali.
E poi c'è lo sguardo quasi clinico di Lemaitre verso la fisicità dell'ansioso: il sudore, il sobbalzare al minimo rumore, l'aria che non arriva ai polmoni...
Non ho mai letto nessuna descrizione così vera dei miei disturbi.
Non ho mai letto nessuna descrizione così vera dei miei disturbi.
Il finale della vicenda, poi, è un capolavoro di ironia.
Magari con queste righe vi ho dissuaso dalla lettura, ma non era mia intenzione ( ecco l'ansia che entra in campo!). Guardate che i recensori hanno davvero ragione quando scrivono che è una superlativa storia di amicizia. Fidatevi di loro, non di me che tanto non sono neanche una critica letteraria vera: di vero ho solo le pare.
domenica 13 aprile 2014
Bambini nel quadro di Alain Korkos ovvero la miglior pausa dalle proprie ansie
Leggete qui cosa ha detto uno dei miei contatti Facebook a Papa Francesco. La ammiro. Io non avrei più l'audacia per un gesto del genere. Mi basta salire sulle scale mobili e pensare che forse sto ostruendo lo scorrere dei pendolari per rattrappirmi dentro.
Dentro di me c'è una voce che continua a sussurrarmi: « Sei una cacchina, diarreina, sterchina, scoreggina....» e così via di sinonimo in sinonimo escrementizio. Il senso di inadeguatezza non chiude mai il cesso la bocca e... dov'è lo sciacquone? Sono pochi i momenti in cui non la sento, tipo quando sto con Marconsolazione o quando leggo qualcosa di bello.
Per fortuna esistono libri come Bambini nel quadro che leggerli è come sentire l'entusiasmo citofonarti a casa. La cosa figa di questo volume è l'approccio entusiasta e frizzante con cui i testi incoraggiano l'occhio all'esplorazione del quadro.
Sì dico spesso, come tutti, che mi piace l'arte, vado a vedere i musei e le mostre, quando capita, ho dato i miei bravi esami di storia dell'arte, mi piace leggere le biografie dei pittori e guardare Philippe Daverio alla televisione, seguire la pagina Se i quadri potessero parlare, ma quanto a lungo lo sguardo si sofferma su una singola opera? Pochissimo, l'attenzione balza subito dal testo al contesto, senza dare mai troppa retta al quadro in sè; In una mostra, lo sguardo gioca a saltare la corda coi dipinti senza mai darsi un attimo per riprendere fiato. E me ne accorgo solo adesso, a trent'anni, leggendo questo effervescente, incalzante libro per bambini. I suoi testi, pieni di domande e risposte sono una manina che indica l'opera d'arte, ti conducono in una passeggiata visiva che svela non solo la storia del quadro, ma spesso anche la storia nel quadro. Mi sono accorta che il libro segue la prima regola della scrittura per i social network: Fai domande. Se susciti curiosità la gente vorrà sapere come va a finire.
A me questa intuizione della dimensione narrativa della pittura mi ha fatto strippare come un pacchetto di M&M'S. E da brava ingorda dal momento che l'ho finito preso, ieri sono schizzata a prendermi pure Entrate nel quadro, l'altro libro di Alain Korkos edito in Italia. Almeno il senso di inadeguatezza che mi perseguita sta zitto e assorto nella lettura per un po'.
sabato 5 aprile 2014
Clicca sull'immagine e trova le differenze
Ho ricevuto una mail dalla Alberto Peruzzo Editore che mi ha invitato a cliccare mi piace sulla pagina Facebook della sua nuova rivista. Immediatamente ho associato l'immagine della copertina a quella de Il mio Papa, il fresco settimanale Mondadori dedicata al pontefice.
Non toccato con mano né tantomeno sfogliato nessuno dei due giornali quindi può darsi che si tratti di ottimi magazine, traboccanti di notizie e approfondimenti interessantissimi come l'engagement dei visitatori sui social network (immagine a sinistra) o ricche riflessioni sulla spiritualità, dal momento che siamo anche in Quaresima (immagine a destra).
Eppure amici, per qualche misterioso motivo, che affonda le radici nel mio inconscio, non ho resistito alla diabolica tentazione di accostare le copertine. Cliccateci sopra: riuscite a trovare le differenze oltre a quella che ho trovato io: rossetto Vs zucchetto?
Non toccato con mano né tantomeno sfogliato nessuno dei due giornali quindi può darsi che si tratti di ottimi magazine, traboccanti di notizie e approfondimenti interessantissimi come l'engagement dei visitatori sui social network (immagine a sinistra) o ricche riflessioni sulla spiritualità, dal momento che siamo anche in Quaresima (immagine a destra).
Eppure amici, per qualche misterioso motivo, che affonda le radici nel mio inconscio, non ho resistito alla diabolica tentazione di accostare le copertine. Cliccateci sopra: riuscite a trovare le differenze oltre a quella che ho trovato io: rossetto Vs zucchetto?
domenica 16 marzo 2014
A volte, ritornano (con un sorriso!) come Salvatore Niffoi
Dove vanno le affermazioni che non stanno né in cielo né in terra? Le frasi senza capo ne coda? Cadono con un tonfo sul fegato di chi le ascolta e restano lì a renderlo sempre più pesante? Boh, mistero! Per fortuna ogni tanto ci si imbatte in parole belle (mica belle parole!), discorsi gentili e grandi ritorni.
Tipo ho comprato quasi per caso (era in offerta su amazon in formato ebook) uno dei romanzi che Salvatore Niffoi ha pubblicato con Feltrinelli, Pantumas. I primi suoi libri li ho adorati, ma poi ha iniziato a pubblicare romanzi né carne né pesce, robe confuse, che invocavano un bel po' di editing sulla trama e così ho smesso di leggerlo. Si vede che alla Feltrinelli l'editor è arrivato perché Pantumas fila, eccome se fila, fila, fonde e mi ha avvinto proprio. Evviva!
Sono andata a rileggermi la stroncatura che avevo postato su Anobii nel 2011 per Il lago dei sogni, l'avevo conclusa con un accorato (miiiiiiiiiiii!): «Ti do un consiglio da fan: pubblica meno, ma pubblica meglio...» A tre anni di distanza è bello vedere che mi ha dato retta. Se questo romanzo finisce bene com'è cominciato e soddisfa a dovere tutta la suspence che ha costruito pagina dopo pagina di Niffoi mi compro anche il romanzo nuovo che é appena uscito La quinta stagione è l'inferno.
sabato 8 marzo 2014
...E si è pure laureato!
«Mio cuggino mio cuggino,
mio cuggino è rispettato,
amico di tutti.
Mio cuggino ha fatto questo e quello....»
mio cuggino è rispettato,
amico di tutti.
Mio cuggino ha fatto questo e quello....»
Elio e le storie tese, Mio cuggino
Chi l'avrebbe mai detto che quel ragazzino, iscritto all'istituto professionale, che d'estate aiutavo con i compiti di italiano si sarebbe diplomato al conservatorio? E così anche il mio cuginetto si è ha una laurea.
Tra l'altro, ha discusso la tesi con addosso la maglietta dei Punkreas. Quanti concerti abbiamo visto insieme? Quand'ero al liceo me lo affibbiavano dietro come sostegno, punto d'appoggio e scudo umano contro il pogo (sembre meglio che andare ai concerti punk con mia mamma!) e un po' mi piace pensare di aver innescato la miccia delle sue passioni musicali.
Auguri... Auguri cosa? Dottore? professore? Qual è il titolo che spetta ha chi ha discusso una tesi in conservatorio? Beh, comunque sia congratulazioni.
Beato lui che è già fuori dall'Italia - sta a Maastricht ed è tornato solo per la discussione - fa il modello all'accademia d'arte e all'ora guadagna una cifra che qui sembra stratosferica.
Quanto a me oggi, devo affrontare l'appuntamento con la padrona di casa che esige il conguaglio per bollette di luce e gas "molto alte" (non ha voluto svelare la cifra esatta). Ormai, io e Marco non riscaldiamo più nemmeno la brioche la mattina, per timore degli eccesivi consumi del forno. Ogni volta che addento il mio Pangocciolo freddo penso a John Elkann e al suo «Molti giovani non trovano lavoro perché stanno bene a casa».
Caffè, un prodotto da forno freddo e un vaffanculo caldo, caldo: il modo migliore per cominciare bene la giornata.
domenica 2 marzo 2014
Se il blog potesse parlare...
sabato 22 febbraio 2014
Sanremo e Sanremate visti da chi si corica presto
...Cioè un Festival di Sanremo che si lascia guardare senza voglia di cacciarsi due dita in gola e risultato qual è? Il Codacons invita il povero Fazio Che Strazio al rimborso di parte del cachet. Certo che la ggente non è mai contenta: prima esige la qualità poi gli dai un assaggio di originalità mescolato alla solita sbobba e reclama ascolti da urlo.
Certo, provare a aggiornare il Festival della Canzone Italiana senza snaturarlo è un po' come tenere il piede in due scarpe e per giunta una super glamour con il tacco a spillo e l'altra una pianella da casa. Ovvio che conciati così si fa fatica a stare in piedi.
Pota, d'altro canto come non rimanere perplessi davanti alla Lucianina (!) Littizzetto che con 25 anni per gamba fa ancora la bimbaminchia (e rompeva già il cazzo a Bucknasty nel 2008)? Come non farsi esterefarre da un Fazio che quando i due tipi minacciano di buttarsi dalla balconata dell'Ariston ride sotto i baffi? Cioè cazzo, se fossi stata una disoccupata/ cassaintegrata/ lavoratrice che non percepisce lo stipendio avrei buttato giù dalla finestra la tele: ce ne son innumerevoli di situazioni di disagio vero, perché inscenarne una a beneficio delle telecamere?
Sarebbe stato meglio che sul palco si fosse suonata una cover di Calpesta il paralitico: avrebbero preso due piccioni con una fava: ricordare Freak Antoni e la disabilità.
Però, siamo giusti, qualche momento da salvare c'è stato. Proprio perché raro, prima di gettare nel dimenticatoio tutto il resto ecco il Sanremo da Salvare secondo me. Qualcuno si chiederà come mai compaiano spezzoni di esibizioni in scena dopo le 23, orario entro il quale, cascasse un Cat Stevens, son sempre a letto. Ovviamente ho recuperato il tutto online.
I 5 momenti migliori di Sanremo
Santamaria che legge la lettera di Alberto Manzi. Oki era una sfacciata marchetta della fiction sul maestro di Non è mai troppo tardi che va in onda la prossima settimana, ma per marchette così tutti i giorni io farei la firma. A sentir le parole "senso critico" e quell'onestà così insistita mi sono emozionata in maniera proprio genuina.
Su Cat Stevens alla prima serata si è commossa la Luciana e anch'io ho provato un brivido sonoro sentendolo cantare quando la mattina dopo ho visto il video dal pc dell'ufficio. Come altri ospiti ,dalla Valeri a Gino Paoli ,Yusuf era ben stagionato, ma c'è da scommettere che gli autori hanno puntato sull'effetto nostalgia per accalappiarsi gli spettatori di mezza età.
Il flash mob, semplicemente, mi ha deliziata.La puntualizzazione: «Questo l'avevamo preparato» di Fabio Petulio Fazio mi ha un attimo irritata ma vabbè. Su di me i flash mob hanno l'effetto di una tavoletta di cioccolato abbinata a una Piña Colada, quindi dopo averne visto uno di solito vado avanti a sorridere beata per mezz'ora.
L'Unica dei Perturbazione è una delle canzoni più orecchiabili. O la fate vincere oppure sarete condannati a restare in eterno nazionalpopolari e a non evolvere mai in nazionalpop.
Certo, provare a aggiornare il Festival della Canzone Italiana senza snaturarlo è un po' come tenere il piede in due scarpe e per giunta una super glamour con il tacco a spillo e l'altra una pianella da casa. Ovvio che conciati così si fa fatica a stare in piedi.
Pota, d'altro canto come non rimanere perplessi davanti alla Lucianina (!) Littizzetto che con 25 anni per gamba fa ancora la bimbaminchia (e rompeva già il cazzo a Bucknasty nel 2008)? Come non farsi esterefarre da un Fazio che quando i due tipi minacciano di buttarsi dalla balconata dell'Ariston ride sotto i baffi? Cioè cazzo, se fossi stata una disoccupata/ cassaintegrata/ lavoratrice che non percepisce lo stipendio avrei buttato giù dalla finestra la tele: ce ne son innumerevoli di situazioni di disagio vero, perché inscenarne una a beneficio delle telecamere?
Poi il monologo della Luciana sulla bellezza e la disabilità non ho capito se fosse un risarcimento morale al signor Giovanni d'Agata, ma quello che so è che è stato di un luogocomunismo imbarazzante, che se stava muta, la Litty faceva più bella figura anche agli occhi di un cieco, di un minorato o di una spastica come me che da bambina i coetanei me le suonavano di santa ragione perché ero handicappata, altro che «i bambini son molto più capaci di noi a non far caso al diverso».
E poi no, non credo che vedremo tanto presto un bimbo down fare lo spot della Barilla o della Ferrero, perché lo scopo della pubblicità non è quello di fare innovazione sociale ma quello di vendere un prodotto avvolgendolo di un'aria di desiderabilità, ma i bimbi handicappati non sempre hanno molto appeal. Che poi se prendessero un bimbo disabile e simpaticissimo come testimonial della pubblicità c'è da scommetterci che tutti i bimbi handicappati del paese sarebbero messi in croce a ogni muso lungo: «Perché non sei allegro come lo spot della merendinminchia?»
E poi no, non credo che vedremo tanto presto un bimbo down fare lo spot della Barilla o della Ferrero, perché lo scopo della pubblicità non è quello di fare innovazione sociale ma quello di vendere un prodotto avvolgendolo di un'aria di desiderabilità, ma i bimbi handicappati non sempre hanno molto appeal. Che poi se prendessero un bimbo disabile e simpaticissimo come testimonial della pubblicità c'è da scommetterci che tutti i bimbi handicappati del paese sarebbero messi in croce a ogni muso lungo: «Perché non sei allegro come lo spot della merendinminchia?»
Sarebbe stato meglio che sul palco si fosse suonata una cover di Calpesta il paralitico: avrebbero preso due piccioni con una fava: ricordare Freak Antoni e la disabilità.
Però, siamo giusti, qualche momento da salvare c'è stato. Proprio perché raro, prima di gettare nel dimenticatoio tutto il resto ecco il Sanremo da Salvare secondo me. Qualcuno si chiederà come mai compaiano spezzoni di esibizioni in scena dopo le 23, orario entro il quale, cascasse un Cat Stevens, son sempre a letto. Ovviamente ho recuperato il tutto online.
I 5 momenti migliori di Sanremo
(in ordine rigorosamente smarmellato e cazzocanino)
Santamaria che legge la lettera di Alberto Manzi. Oki era una sfacciata marchetta della fiction sul maestro di Non è mai troppo tardi che va in onda la prossima settimana, ma per marchette così tutti i giorni io farei la firma. A sentir le parole "senso critico" e quell'onestà così insistita mi sono emozionata in maniera proprio genuina.
Su Cat Stevens alla prima serata si è commossa la Luciana e anch'io ho provato un brivido sonoro sentendolo cantare quando la mattina dopo ho visto il video dal pc dell'ufficio. Come altri ospiti ,dalla Valeri a Gino Paoli ,Yusuf era ben stagionato, ma c'è da scommettere che gli autori hanno puntato sull'effetto nostalgia per accalappiarsi gli spettatori di mezza età.
Il flash mob, semplicemente, mi ha deliziata.La puntualizzazione: «Questo l'avevamo preparato» di Fabio Petulio Fazio mi ha un attimo irritata ma vabbè. Su di me i flash mob hanno l'effetto di una tavoletta di cioccolato abbinata a una Piña Colada, quindi dopo averne visto uno di solito vado avanti a sorridere beata per mezz'ora.
L'Unica dei Perturbazione è una delle canzoni più orecchiabili. O la fate vincere oppure sarete condannati a restare in eterno nazionalpopolari e a non evolvere mai in nazionalpop.
Dal momento che sono un'ottimista bipolare sogno un Festival di Sanremo 2015 ideato e condotto, riveduto e corretto da Pif.
sabato 15 febbraio 2014
Felici i felici e beati i generatori di contenut (tipo Diegozilla)
Giovedì sera ho finito di leggere Felici i felici di Yasmina Reza, che mi sono decisa a comprare in ebook dopo aver letto questa recensione qui. Anche se non ho desiderato di convolare a nozze con la scrittrice ho ammirato un sacco la sua capacità di scandagliare il disturbante nel quotidiano, avrei avuto voglia magari non di farmela ma di abbracciarla al grido di « Yasmina, sorella mia!» sì. Tipo, agli inizi del libro un personaggio maschile durante un litigio al supermercato riflette:
«(...) Si chiama solitudine il carrello della spesa, il reparto olio e aceto,e l'uomo che implora sua moglie sotto i neon. Dico scusami. Scusami, Odille. Odille nella frase non è necessario. Certo Odille non è gentile, aggiungo Odille per sottolineare la mia indifferenza».
Questo passaggio mi ha folgorata. Ho pensato: «Allora è vero, cazzo». Anni di conversazioni su Skype, di ogni tipo, e mi ha sempre messo a disagio vedere digitato il mio nome in fondo a una frase.
Questo non è possibile, Gloria.
Tienilo presente per il futuro, Gloria.
Ci vediamo un'altra volta, Gloria.
Purtroppo non posso farci niente, Gloria.
Ovviamente su Skype spesso virgola e maiuscola se ne vanno allegramente affanculo ma ho preferito aggiungerle per chiarire il senso. E a proposito del significato delle cose che si leggono online volevo condividere un paio di articoli che mi è capitato di leggere in settimana.
Questo l'ha scritto Diegozilla, e questo invece l'ho letto su Wired: incrociate i dati e le osservazioni di entrambi gli articoli e avrete quella che secondo me è la panoramica dei contenuti digitali in questo Paese, com qualche spunto per migliorare lo scenario, che boh al momento mi pare un po' anonimo con il web dove il generalismo è al potere. Io mi ricordo quanto ancora lavoravo in tv e si diceva che la rete avrebbe fatto evolvere l'organizzazione generalista dei contenuti in modo molto più targettizzato e specialistico: ogni utente si sarebbe costruito il proprio palinsesto di contenuti, attingendo dai siti più autorevoli e in linea con i propri interessi: spazio alla competenza, alla freschezza e all'affidabilità.
«(...) Si chiama solitudine il carrello della spesa, il reparto olio e aceto,e l'uomo che implora sua moglie sotto i neon. Dico scusami. Scusami, Odille. Odille nella frase non è necessario. Certo Odille non è gentile, aggiungo Odille per sottolineare la mia indifferenza».
Questo passaggio mi ha folgorata. Ho pensato: «Allora è vero, cazzo». Anni di conversazioni su Skype, di ogni tipo, e mi ha sempre messo a disagio vedere digitato il mio nome in fondo a una frase.
Questo non è possibile, Gloria.
Tienilo presente per il futuro, Gloria.
Ci vediamo un'altra volta, Gloria.
Purtroppo non posso farci niente, Gloria.
Ovviamente su Skype spesso virgola e maiuscola se ne vanno allegramente affanculo ma ho preferito aggiungerle per chiarire il senso. E a proposito del significato delle cose che si leggono online volevo condividere un paio di articoli che mi è capitato di leggere in settimana.
Questo l'ha scritto Diegozilla, e questo invece l'ho letto su Wired: incrociate i dati e le osservazioni di entrambi gli articoli e avrete quella che secondo me è la panoramica dei contenuti digitali in questo Paese, com qualche spunto per migliorare lo scenario, che boh al momento mi pare un po' anonimo con il web dove il generalismo è al potere. Io mi ricordo quanto ancora lavoravo in tv e si diceva che la rete avrebbe fatto evolvere l'organizzazione generalista dei contenuti in modo molto più targettizzato e specialistico: ogni utente si sarebbe costruito il proprio palinsesto di contenuti, attingendo dai siti più autorevoli e in linea con i propri interessi: spazio alla competenza, alla freschezza e all'affidabilità.
Ma in un paese popolato di handicappati digitali (Diegozilla ©) e di bulletti nerd che gli fanno lo sgambetto questi sogni sidi un mondo (almeno dell'informazione) migliore sono dissolti presto. Forse è così che muoiono le utopie: almeno in tempi di bit e pixel non durano secoli e si risparmiano agonie lunghe decenni.
sabato 11 gennaio 2014
Nuovo lavoro: il re è ancora fuso con la traveggola nell'occhio
Diciamolo
sottovoce, quasi impercettibilmente: la prima settimana del nuovo lavoro è
stata molto, tranquilla. Annusando l’aria che tira in ufficio non mi sembra che
il gruppo dei colleghi sia dilaniato da competizioni e odi viscerali: questa è
senza dubbio un’ottima cosa, mi sa che la vera sfida i miei nuovi vicini di
scrivania se la giocano con Google Analytics.
Aspetterò ancora un po’ prima di pronunciarmi
in modo più deciso, ma la linea di condotta da seguire rimane quella di una
cauta, operosa fiducia.
Nel
frattempo vi anticipo che il mio lavoro - al momento - continua a essere quello di scrivere per la rete, dopo la cara vecchia pagina Facebook
per il programma di Tele Santi Numi e gli annunci per il sito di e-commerce.
Rimane
però il problema costante degli errori: finché c’è post c’è refuso, mi sa
soprattutto per chi deve digitare caratteri con una certa rapidità.
| L'orrore ortografico |
Cazzo, ma succede a tutti?
O capita solo a me?
Tipo
che per quanto rileggi, ti sfugge sempre in pubblicazione un errore malandrino e stupidissimo.
Cioè, a
me mette in imbarazzo un casino: Vedo la pagliuzza nella pagina del vicino –
tipo un doppio spazio – e non le minchiate che stanno nella mia: magari c’ho
davvero la trave in un occhio.
E se
son traviata dalla passione del contenuto, quando faccio il check poi, va a finire che continuo a spalpognarlo,
rimaneggiarlo, sistemarlo, infiocchettarlo con il risultato di infilarci dentro
nuove fregnacce e i refusi si disperdono nei rimaneggiamenti come guerriglieri
nella boscaglia.
Consigli?
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