Visualizzazione post con etichetta #catprot. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #catprot. Mostra tutti i post

domenica 9 febbraio 2014

Sanremo 2014 e lo spot sbracciato che offende (qualche) disabile

...Cioè, io non ho parole e davanti a queste cose resto così basita da rischiare di diventare muta, oltre che mezza paralizzata. Ma cosa è successo? L'altro giorno scopro sul blog di Candida Morvillo  che uno dei promo per la prossima edizione del Festival ha urtato la sensibilità di tal Giovanni D'Agata presidente di uno Sportello dei Diritti. Guardo lo spot incriminato e mi chiedo come reagisce il signor D'Agata ogni volta che qualcuno la butta sul proverbiale: denuncia chi osa dire che «Chi va con lo zoppo impara a zoppicare? » e se sente qualcuno sentenziare «Non c'è peggior sordo » che fa, si tappa le orecchie e gli chiude la bocca?
Mi sa che ha ragione Puntosanremo.it quando punzecchia Giovanni facendo notare che da sempre al Festival «si cerca notorietà».

Fazio che sta fermo con la mano nelle mani...

Le parole sono importanti. Ma le battaglie linguistiche, per chi vuole combatterle, si portano avanti con rigore e serietà come fa Franco Bomprezzi che ne scrive sempre con pacatezza, competenza e buonsenso.

Ma dite che se io vado all'Ariston e minaccio di mettermi a cantare, qualcuno migliora l'accessibilità dei mezzi di trasporto pubblico? O che l'amministrazione lancerà una campagna di sensibilizzazione per invitare i passeggeri robusti e in salute a offrirmi il posto a sedere prima che io debba rifiutare quello che mi offre un vecchietto malfermo quanto me?

Mah, forse mi irrita tanto la polemica sullo spot di Sanremo perché mi sembra che a volte le persone tirino in ballo luoghi comuni antipatici come i pregiudizi che combattono.
Divento una leghista della diversabilità se dico che me ne frego della Littizzetto che perde la protesi ma vorrei non rischiare di farmi seriamente male ogni volta che la gente scende spintonandosi dalla metropolitana? O che mi piacerebbe tanto che vorrei che muoversi a bordo del Sirietto fosse un po' più agevole; e che al confronto la Luciana sbracciata ha un'importanza di molto inferiore allo zero?

Poi, boh, ho anche pensato che magari il signor D'Agata magari anche lui ha una protesi al braccio e, comprensibilmente, ci convive male. Lo capisco: io che oggi invoco ascensori a ogni rampa di scale quando ero un'adolescente molto più irrisolta di adesso mi imponevo di fare le scale perché volevo essere come tutti gli altri (e guai a chi mi proponeva l'ascensore). Il dolore per le proprie limitazioni, la frustrazione per le discriminazioni quodiane e il desiderio di normalità sono inevitabili e sacrosanti, ci faccio i conti io per prima. La capisco, Giovanni D'Agata se magari poi lei è disabile da poco tempo e magari la urta che qualcuno usi un ausilio protesico che magari ti sta sul cazzo da morire, per fare dell'ironia  in uno scketch sulla vita di coppia (televisiva).  Ma si ricordi che l'ironia in fondo non è che una figura retorica. E mentre lei si scalda tanto per un po' di retorica qualcuno forse ne approfitta per esigere una scala dove le farebbe tanto comodo un elevatore...

sabato 18 gennaio 2014

Oroscopo di Internazionale, hai fatto cilecca ma ti lovvo lo stesso!

Mi sa che 'sta settimana l'oroscopo del buon  Rob Brezny ha fatto una gaffe. Qui sotto lo screenshot del mio segno (Dai non rompete, è piccolo ma si legge!)


Storicamente, da buona spastica mezza paralitica, l'agilità e la destrezza manuale mi hanno fatto sempre difetto, anche nelle dita della mano più sana. Non le rimpiango mai come in questi giorni, che ho ripreso a far su e giù da metropolitane e tram. Son giornate di pioggia, dove i piedi scivolano sui pavimenti bagnati  dei mezzi e vorrei che almeno le mie mani avessero più presa sui sostegni. Anche perché, come saprete, cari lettori assoggettati alla mobilità urbana  gli altri passeggeri spintonano che è un piacere. Mi viene da farmi il segno della croce ogni volta che, barcollando, guadagno la scala mobile. Per raggiungere il mio posto di lavoro devo attraversare una strada trafficatissima, che credo sia l'unica in tutta Milano a non avere il semaforo per i pedoni.

Qualcuno sa a chi devo scrivere per farne mettere uno? 


Un compagno di lotta 
Una sera che mi sentivo un pochino affaticata, ho attraversato la strada in un momento di relativa calma e devo esser stata particolarmente lenta perché hanno iniziato a suonarmi come indemoniati. 
La conclusione, oltre a rilevare come diceva Gregory House, che «Una volta c’era più rispetto per gli handicappati» è che adesso salgo o scendo dal tram alla fermata prima, con Marco che mi accompagna e mi ripete la stessa identica frase con cui la madre mi perseguitava vent'anni fa, quando stavo fisicamente meglio di adesso e volevo andarmene un po' a zonzo per le strade del paesello come i miei coetanei normo.
Parole che mi hanno perseguitato per anni e che adesso ritornano, immutate minchia:





«Io non è che non mi fido i te. Io non mi fido degli altri».
Le stesse parole, testuali. Cazzo, Marco si sta trasformando in mia mamma?!

Vabbé che l'autosufficienza, mannaggia non l'ho mai conosciuta ma questo mica è colpa di qualcuno.
Per fortuna che qualche volta la tecnologia viene casualmente in aiuto. Per me gli smartphone sono un pelo una barriera architettonica, dal momento che sono grossi e complicati da maneggiare con una mano sola.

Non posso ancora permettermi l'iPhone che dicono sia un modello di maneggevolezza.
Grazie al cielo c'è Wathsupp. Non riesco a digitare bene sui microtasti dello schermo touchscreen però la registrazione dei messaggi vocali compensa alla grande. Così il tragitto sul tram, una volta guadagnato il posto a sedere, si è trasformato nel mio spazio dedicato alle public relations, sia all'andata che al ritorno. Faccio di quei monologhi interminabili e deliranti, che alle volte ho il sospetto che chi mi sente rida sotto i baffi. Certo la privacy ne risente un attimo, ma vuoi mettere il lato social?

domenica 14 luglio 2013

Parliamo di moto ( e non diquello astrale né su due ruote)



In un film, di alcuni anni fa Le chiavi di casa, quello ispirato a Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, c’è una scena che trovo super commovente: quella del ragazzino handicappato che gioca al Game Boy. Mi rievoca l’infanzia: quand’ero piccina e la mia mano destra era un po’ più collaborativa ricordo infinite partite al Nintendo 64 con mia sorella, e i crampi alle dita post gameover, devastanti, ma che non mi hanno fatto mai rinunciare a una giocata.
In cima alla hit parade dei miei rimpianti futili, insieme a un paio di scarpe lucide col tacco e una tote bag ci stanno XBox e Playstation.
Quindi, appena approdata nel luccicante lunapark dello smartphone (meglio noto come Google Play), sono stata risucchiata – oltre che dall’inevitabile Ruzzle anche nel vortice di Fruit Ninja. Ma proprio una cosa che chi non mi ha mai vista giocare non ha idea.
Giocare con una mano sola è faticoso (dal momento che non puoi tenere fermo il telefono devi  tenere il dito incollato allo schermo mentre il cell scivola in lungo e in largo sul tavolo) e richiede uno sforzo notevole al collo. Immaginatevi la sottoscritta che fa scorrere su è giù  l’indice sul monitor, con il collo proteso a mò di giraffa spastica in tensione e le pupille dilatate per la concentrazione.

Scene della vita domestica: Lo sciò e i record
Sto giocando, sento la chiava che gira nella toppa è Marcall center che rientra e mi saluta:
«Ciao Amore :D»
«’Ao… Azz m’è sfuggita la banana»
«Ma lo sai che oggi ho visto in piazza Duomo, un assembramento di olgettine che esibiva un allevamento di porci con le ali, in attesa di essere ricevuta dal Cardinal Scola che…»
«Mmm… interessante»
«E c’era Pisapia un attimo perplesso che si domandava se dopo la doggy bag  per le cacchine dei cani è il caso di suggerire la piggy bag, quando a un certo punto… »
«Scusa amore, ma non ti sto proprio seguendo, casso l’anguria!!!»
Marcoccola si china per abbracciarmi, e lo stringo facendo passare il cell sotto l’incavo del suo braccio. Lampo nel mio sguardo
«Combofruit da quattro!!!! Idolo, amore mi fai un applauso?»

 Mi rendo conto che affettare pere , manghi e angurie virtuali non è nemmeno un gioco vero e proprio, ma solo un passatempo, in certi momenti anche un po’ del cazzo. Sono eterodiretta da una specie di ipnotico incantesimo affetta banane. Perché in certi momenti, quando batto i miei record mi fa stare benissimo. Credo sia una cosa che abbia a che fare con le endorfine. 
Ieri mi è venuto in mente che forse potrei sentirmi altrettanto yeah praticando una qualche disciplina sportiva – un pensiero che non avevo mai formulato in vita mia . Da nevrotica pignola cronica quale sono l’idea di fare qualcosa di fisico come ci riesco – e cioè  a cazzo di cane spastico – fino ad ora mi ha dato ai nervi.
Quando qualche tempo fa Marcoach mi ha proposto di iscriverci alla piscina a casa l’ho mandato a sguazzare in una pozzanghera di mavaffa e levatelo dalla zucca sempre più stempiata.
Anche se rimango ferrea nel mio no al nuoto può darsi che a breve mi apra a nuove, dinamiche possibilità sportive…

Forse il cambiamento ha qualcosa a che vedere con il punto 14) dell’elenco stilato in questo post.
Ah, La grande crisi dei Ventinove
… Ma secondo voi che fa una spastica quasi trent’enne che non ha mai praticato altra disciplina che la corsa alle vetrine, il tuffo nella vaschetta di gelato o il sollevamento del libro, in cosa si butta? Darmi all’ippica come feci all’età di otto anni in città è un arduo: qualcuno ha consigli in merito?

sabato 4 maggio 2013

Una tazza di devotee?

Sarà il dibattito che frizza intorno al tema dell'assistenza sessuale, ma la mia amica Valentina mi segnala un'invasione di devotee in rete (sarà che questi  sognatori romanticoni c'avranno voglia di esibire il conto, alla fine?).
Non si tratta di una setta i cui adepti copulano a mani giunte, ma è una sorta di perversione, fissazione per le persone disabili.

Credo che la maggior parte di ragazze handicappate, almeno una volta nella vita, all'apice dello sconforto esistenziale, si sia ritrovata a pensare che un devoto, sia il meglio che si possa aspettare dalla propria vita sentimentale.
A questo proposito Marco potrebbe confermare la serie di interrogatori serrati a cui l'ho sottoposto prima che ci mettessimo insieme per assicurarsi che non appartenesse alla categoria: è un miracolo che non mi abbia mandata affanculo per direttissima, ma oggi deve averlo rimosso  (pochi secondi fa: «Tu lo sai cos'è un devotee?» «No»).

Premesso che una persona adulta e vaccinata può sviluppare tutti i feticismi che vuole senza nuocere a sé o agli altri (il dibattito ferve e testimonianze controcorrente come questa non mancano), è molto triste per un'adolescente o una giovane donna disabile pensare che la sua unica chanche sentimentale passa per una persona per cui lei è solo la sua sedia a rotelle, la sua paralisi o il suo arto mancante. Poi generalmente si cresce, si incontra qualcuno o, anche se al momento si è sole si inizia a considerare quelle mail di uomini tutti puntualmente - molto sensibili - una fastidiosa forma di spam.
Tuttavia credo che sia conque antipatico gestire il vago senso di umiliazione che si accompagna a questi contatti di morti di figa e di patologia. Che naturalmente non è appannaggio di normodotati, brutti, sporchi e in salute.

Sempre Valentina, raccontava di un approccio avvenuto online. Apre la casella di posta di un sito di incontri e legge «Ciao, anche io sono disabile sai?». Che fortuna, sposiamoci subito!



sabato 13 aprile 2013

Categorie protette di tutto il mondo leggetelo, I maestri di tuina di Bi Feiyu



Mi sono messa a leggere I maestri di tuina perché in preda alla mangafilia avevo voglia di proseguire il mio filone di letture orientali anche nell’ambito della narrativa. E la Cina è vicina. Mica solo al Giappone, tra l’altro.
Sto leggendo molto, molto lentamente, centellinando le pagine, perché si tratta di un romanzo ambizioso e pieno di riflessioni sul linguaggio  e sulla percezione del mondo, che però aspira anche ad essere un ritratto fedele della Cina contemporanea.
Ma la cosa che mi ha lasciato esterrefatta è che il signor Bi Feiyu ha scritto un grandissimo romanzo sulla disabilità. Da quel che ho capito in Cina diventare massaggiatore è quasi una strada obbligata per i ciechi. Un po’ come il ruolo impiegatizio per le categorie protette nostrane.

In Cina, chi non ci vede mette a frutto la propria sensibilità tattile e diventa massaggiatore. Succede anche da noi che i non vedenti sviluppino le proprie skill in questa direzione (il caso più famoso è quello di Aleandro Baldi), ma nella Repubblica Popolare questa sembra essere una strada obbligata o, se preferite, un vicolo cieco.
La storia si sviluppa intorno alle vite di un gruppo di massaggiatori, le loro storie, il loro passato, i loro sogni. In qualche modo si tratta di un romanzo corale sull’handicap come non mi era mai capitato di leggerne.

Mi sono chiesta se l’autore avesse fatto esperienza diretta o ravvicinata di qualche forma di handicap perché riesce a dar voce a tutta una serie di forme mentali, modi di vedere la vita, angosce con una limpidezza che non avevo mai trovato da nessuna parte. 

Bi Feiyu o è handicappato o è un genio.

Preciso e impeccabile, come quando spiega le differenze che dividono chi è nato cieco da chi lo è diventato.
«Una differenza abissale come tra cielo e terra», la drastica cesura che chi è nato handicappato ha avuto la fortuna di non provare. Io stessa ho sempre un po’ di timore a rapportarmi con persone che sono diventate disabili, ho sempre paura di ferire la loro sensibilità o di non usare abbastanza delicatezza considerando che oltre l’handicap devono gestire anche il peso dei ricordi di una vita sana, che immagino sia schiacciante.
Poi, mi sta divertendo moltissimo accorgermi che i pregiudizi  e i luoghi comuni siano identici ovunque, anche in posti esotici dell’Asia.

«- Autosufficienza –: che parola assurda, arrogante, altezzosa! Ma sempre a quella si riferiscono le persone – normali -, quando parlano degli handicappati che chiamano – normali - gli altri. Questi ultimi in realtà normali non sono se, professori o funzionari  amministrativi che siano, non raccomandano altro ai,disabili, che di raggiungere l’autosufficienza. Un  bell’autocompiacimento. Come se solo ai disabili toccasse rendersi autosufficienti, come se agli altri la roba da mangiare piovesse direttamente in bocca . Come se ai disabili bastasse non morire di fame e di freddo e la cosa finisse lì! Altro che autosufficienza! Le persone normali non capiranno mai che motore potente si celi nel cuore di un cieco». (p 50).

Sha Fuming che nella sua smania di riscatto si  distrugge schiena  fegato e le mani rovinate della dolce Xiao Kong sono prezzo inevitabile per non correre il rischio di essere additati a privilegiati, attributo che è il più grande timore di un disabile ovunque nel vasto mondo.
Quando Xiao Kong si reca a casa dei genitori del suo fidanzato, il dottor Wang, il fratello di lui  prende puntualmente a recarsi alla tavola paterna insieme alla moglie « convinti che lui e Xiao Kong mangiassero a sbafo a casa dei genitori, i due non tolleravano di essere esclusi al diritto al pasto gratis (p.42)».

Insomma tutto il mondo sembra paese (il nostro, ahimé). Anche se in realtà spero di no. Una categoria protetta che conosco s’è stufata dell’italico stato di cose e ha deciso di andarsene un paio  di mesi in Inghilterra a cercare lavoro. Pare che lassù al nord basta che tu sappia fare qualcosa bene, puoi anche avere due teste e la pelle verde a pois, ai datori di lavoro frega ‘ncazzo. Spero che non sia solo una bella favola, con tutto il cuore: in culo alla spasticità, sorella!


domenica 2 dicembre 2012

Vintage Intelligencija



Sono andata a votare al circolo culturale dietro casa e sono rimasta sbalordita  dalla quantità di orpelli nostalgici. Gigantografie del Che e del compagno Lenin e dietro l’urna elettorale addirittura uno stendardo ricamato con i caratteri in cirillico. Non è il caso, dico io, di integrare i riferimenti culturali aggiungendone altri un attimino più contemporanei e meno controversi?

E io sono una che ha sempre in bocca quella frase del Che «Soprattutto, siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. È la qualità più bella di un rivoluzionario».

Però qualche riferimento in più a figure più attuali  tipo Muhammad Yunus, credo che a naso sarebbe gradito da molto. Comunque vai Pierluigi e che la Forza sia con te.

Ah, a proposito di ingiustizie commesse contro chiunque ieri ho sentito un’altra categoria protetta, ex svuotatrice di scatoloni. Assunta da un’azienda per un ruolo commerciale, è stata fatta fuori alla fine del periodo di prova. Non la sentivo da un po’ e quando mi ha raccontato che prima di essere silurata si occupava di vendite confesso che sono rimasta un attimo esterrefatta.

Nessuna azienda vuole un povero stronzo handicappato, meno che mai un povero stronzo handicappato che la rappresenti in fase di vendita

E poi secondo me l’hanno segata perché la società non voleva assumersi le responsabilità di una categoria protetta in movimento a cui (per motivi assicurativi) era costretta a rimborsare gli spostamenti, mentre su gli spostamenti delle altre figure commerciali poteva beatamente glissare.
Non importa quanto tu sia brava a vendere, volenterosa e piena di abnegazione – le ho detto - per l’azienda sei sempre e comunque una rottura del cazzo. E se andrà dai sindacati scommetto che la faranno sentire una trituratrice di cojoni pure loro. Spero che il buon Bersa se vince le prossime politiche agisca anche in questo senso, perché ragassi le categorie protette non son mica qui a scippare l’invalidità a Gamba di Legno.

sabato 20 ottobre 2012

Affinità e divergenze tra la massa, lo Stato e noi (del superamento della disabilità)



Rileggo Vita Standard di un venditore provvisorio di collant .
Qualcuno diceva che da giovani si legge e da adulti si rilegge, ecco quindi  che nel blog risuona un inequivocabile segnale di adultità.

Ma più che la mia (improbabile), mi sorprende la maturità della prosa busiana, che assomiglia incredibilmente a preveggenza (la prima edizione è del 1985). A me lascia sempre incantata la chirurgica delicatezza con cui Busi affronta certi temi.
A rileggere quelle pagine lì colgo meglio la struttura narrativa, i rimandi interni, i parallelismi tra personaggi, i ribaltamenti: all’imprenditore micro borghese che sfrutta le babau deformi per la sua industra nasce la figlia mongoloide. E da bravo cattobigotto vorrebbe farla fuori.

Qualche giorno fa girava voce che lo Stato, in attesa di poter tagliare la testa ai disabili stava tagliando tutto il resto. Poi il Governo ha fatto marcia indietro, ma la cosa non mi sorprende.
Non è per cinismo, è che le persone fanno fatica a capire quanta fatica ci mette un povero stronzo handicappato ad andare avanti. Senza – beninteso – voler affermare che per i poveri stronzi normodotati la vita  sia rose e fiori.

Ognuno di noi ha un sacco di problemi. E il sacco di problemi personali un handicap ambulante se lo tira dietro in un corpo provato dalla vita, in molti casi già da embrione.
Da questo corpo tarato derivano 2 ordini di problemi:

1) logistici
2) culturali

Quando sono sotto la doccia e chiamo ‘Mooreee, non è per  un preludio di un gocciolante  momento di passione che chiamo Marco.
E’ per aiutarmi a uscire. Perché certi giorni ce la faccio, certi altri no.
Non è una cosa facile da spiattellare in giro. E’ la tipica situazione che preferisco rimuovere, come il  fatto che non riesco a tagliarmi la carne nel piatto.

Poi  con un deflagrante effetto domino, da tutti questi impedimenti fisici  deriva un’infinita serie di pregiudizi culturali .

Spesso si tratta di veri e propri voli pindarici rispetto alle questioni strettamente pratiche  che li hanno generati. Ad esempio il fatto che da handicappati non si possa lavorare, o che il beato handicappato (in realtà falso ebete) non possa comprendere tutta la galassia di altri dilemmi che affligge il resto del mondo, ma che in realtà condizionano anche lui. Avere problemi di salute non ti esonera da tutti gli altri, ma questo tantissima gente non lo sa.

E credo che non lo sappia nemmeno lo Stato italiano, ma - lo ripeto - non mi sorprende perché un’istituzione è espressione di quello che un paese è. La beata ignoranza dello Stato  non è aggressiva, direi  piuttosto che sembra una quieta e pigra indolenza, condita da una buona dose di auto-indulgenza.

 Mettersi nei panni altrui è sempre imbarazzante, perché farlo per soggetti così poco appetitosi dal punto di vista economico, relazionale, sessuale e elettorale? Mah, boh, umpf.

sabato 2 giugno 2012

AAA: (sco)reggia di Versailles cercasi ancora disperatamente


Siamo stato costretti a rinunciare al mono.
L’agente immobiliare è si è dimostrato losco, fumoso e disonesto.
Ma ecco com’è andata.

Chiamiamo per fermare l’appartamento prima che spiccasse il volo verso più tempestivi inquilini e fissiamo l’appuntamento per il giorno seguente, martedì.
Naturalmente non avendo mai avuto a che fare con un’immobiliare chiediamo lumi sull’iter e su eventuali spese da coprire e soldi da versare.
Il Ciaparàtt ci dice che ne avremo parlato l’indomani.
Martedì esco dal lavoro esausta come sempre e in gran fretta io e Marco dopo qualche fermata di metro arriviamo nel suo studio dove compiliamo la proposta da sottoporre ai padroni di casa.
Non prima, naturalmente che il Ciaparàtt sottoponesse a colonscopia la nostra situazione finanziaria.
Vien fuori che la sua parcella è di 1200 euro, poco meno di un paio di mensilità del monolocale.

Esoso, ma che vuoi farci? Non abbiamo forse girato in lungo e in largo alla ricerca di una sistemazione compatibile con le nostre finanze e accessibile per me? Sono stufa di trascinarmi fuori dal lavoro per vedere appartamenti dove spunta la barriera architettonica.
Minestra o finestra. E per me questa volta s’ha da mangiare, perché io non ce la faccio più.
Mi sento male, mi sento esausta, prosciugata.
Ho voglia di farla finita – abitativamente parlando – e in fretta.

Ma a questo punto, colpo di scena.
Il Ciaparàtt con la sua aria sorniona  salta su: «Non avete 500 euro?». «…Prego?» «500 euro.Un acconto.. Nel caso troviate un appartamento che vi piace di più e mi deste buca a metà trattativa con i padroni di casa».
«Posso portarglieli lunedì prossimo» faccio io.
«Quanto avete in tasca adesso?».
Per fortuna quel giorno sono in soldi e posso sparare la cifra tonda: «50 Euro »
Non sembra contento.
Mi perplime la piega che sta prendendo la situazione ma non vedo l’ora di farla finita.
Basta giri a vuoto per mezza Milano.
«Beh, posso prelevare 300 euro dalla mia prepagata ».
Sembra perplesso all’idea  che degli over 25 possano aggirarsi con la Carta Tasca.
Aggiungo che ho del denaro a casa.
Addio porcellino a Pois… Ti infrangerai al suolo ma sarà per una nobile causa. Altro che futili borsine, orecchini e librini superflui…
«Cosa mi  rilascia per documentare l’avvenuto pagamento?»
«Mah, una copia della proposta»
Salta fuori che non voleva nemmeno emettere la fattura della sua parcella.
Lo guardiamo basiti.
«E se trovo un potenziale inquilino che la fattura non la vuole proprio?»
Rimaniamo che sì l’avrebbe fatta ma un po’ più piccola, una microfattura.
Vorrei poter dire di essermi alzata e di averlo fanculizzato all’istante.
«Va bene i soldi glieli portiamo domani»
Non avevo mai visto Marco con l’aria di voler tirare il collo a qualcuno.
Soprattutto mai con l’aria di volerlo tirare a me.
Ma c’è sempre una prima volta, amici.
E lo ripeto per la 124694279ª volta io ero stufa marcia di marciare per la città alla ricerca della nostra (sco)reggia di Versailles.

Usciamo dal palazzo e mi rendo conto del clamoroso errore commesso. Mi sento una merdina, Marco mi fa sentire una merdina e mia mamma interviene telefonicamente e rincara il mood escrementizio: «ma ti rendi conto che tra anticipi, caparra e parcella solo per mettere piede in casa dovete versare 7800 Euro, senza contare l’acquisto del tavolo e del divano letto. Fai prima a restare dove sei».
Facciamo marcia indietro e decidiamo di annullare il contratto.
E grazie al Cielo e allo spirito guida dei Cercatori di Tetto sopra la testa al Ciaparàtt non abbiamo versato un centesimo.

E adesso abbiamo ricominciato da capo…
Glò è interamente stremata.

sabato 26 maggio 2012

Mono dolce mono!


La casa (un mono con meno di 40 mq) sarebbe anche saltata fuori, non molto distante da Porta Venezia. Domani Marcaffitto chiama e vede se riesce a fermarla – prima che se ne scappi su un altro pianeta -
Sarebbe meglio tacere per scaramanzia ma c’è un dubbio che mi rode.
Per questa stanza bisogna comprare un divano letto: qualcuno sa se  ne esistono ad apertura automatica, facilitata, elettrica, elettronica, psichedelica e/o con maggiordomo incorporato che ti rimbocca le coperte in caso di assenza del legittimo coinquilino?
Preferirei avere un minimo di autonomia nell’andare a nanna, in caso a Marco capitasse di doversene andare fuori città per qualche giorno e anche – perché no – nel caso in cui volessi schiacciare un pisolo.
Questa ricerca è stata snervante: Milano è fatta a scale.
Mi auguro che sia finita.
Una rampa di troppo e un corrimano che manca e  si sputtana la locazione dei tuoi sogni.
Che nervi, mi sento stanca morta.

In questi giorni ono comunque riuscita a leggere un sacco: da Vargas Llosa (Le avventure della ragazza cattiva, molto tenero ma di gran classe ) a Bennett ( Signore e signori, cattivissimo).
Ho anche finito L’arte di Jiro Taniguchi della collana I classici del fumetto di Repubblica e devo dire che quest’autore  giapponese mi piace sempre di più è quieto e delicato, ottimo per il mio fegato (al momento non ho ancora letto le sue graphic novel hard boiled).
La settimana scorsa sono anche riuscita a mettere le mani su Fabrizio Lupo. Erano anni che aspettavo la ristampa, Grazie di cuore, Marsilio!

sabato 17 marzo 2012

Zeta di zen

Vorrei scrivere a proposito dell’insostenibile leggerezza di un contratto a tempo indeterminato ma forse è meglio tacere.
Fossi brava con la poesia scriverei un haiku tipo:

foglio spaurito
foglia secca d’autunno
palmo di naso

Ma mi sa che ho sbagliato le sillabe.
Cliccate qui è godetevi la canzone d' ammore della settimana!

domenica 26 febbraio 2012

Parlare di handicap e mantenere l'equilibrio?

Venerdì mi è successa una cosa che mi sta dando da pensare e anche se mi imbarazza sempre un po’ scrivere di questioni sociali (?!) ho deciso di provare ad affrontare il disagio di raccontarla.
Come sempre sono salita sul tram verso le otto del mattino.
Quando salgo dalla portiera anteriore per qualche motivo statistico che non mi è ancora chiaro ho molte più probabilità che un passeggero mi ceda il posto.
Però l’altro giorno non si è alzato nessuno. Mi guardo intorno e muovo qualche passo verso il centro della vettura, sorretta da Marchionnolo (s’è appassionato ai maglioncini) che era con me. Allora un signore di una certa età si alza e mi fa perentorio: «Siediti qui!».
Dal momento che lo vedo decisamente barcollante gli chiedo :«Ma è sicuro?»
Annuisce e poi tuona verso la prima fila: «Io che sono disabile cedo il posto a un’altra invalida». A quel punto sfodera dal portafoglio il tesserino di circolazione dei disabili e lo esibisce indignato sotto il naso di Marchionnolo.
Annuisco un po’ intimidita anche se è una situazione che conosco bene: è capitato ancora anche a me.
E il signore continua a tutto volume: «Quei sedili lì davanti sono riservati per legge alle persone disabili. Se sale il controllore gli dà la multa!» E punta l’indice verso i due “usurpatori”.
Io attendo perplessa. «Adesso» penso «uno dei due si gira e gli fa vedere il suo tesserino di circolazione: magari è ancora più handicappato di lui. Oppure» continuo a supporre «si alzano di scatto, mortificati e viola in faccia e vanno avanti a scusarsi per mezz’ora». Ma non succede niente. L’anziano collega continua a lamentarsi, i passeggeri che occupano i posti riservati lì davanti non battono ciglio. Alla fine scendono tutti.
Io resto sul tram, - devo scendere al capolinea - e rifletto. Non sarei mai capace di tuonare così, al massimo una scoreggina di indignazione.
Una volta una signora sulle scale mobili della metropolitana mi ha apostrofato in modo poco carino perché mi sorreggevo sul corrimano a sinistra, quando secondo il regolamento sarebbe obbligatorio tenere la destra.
Mi rendo perfettamente conto di ostruire il passaggio e quando qualcuno a fretta cerco di farmi da parte per farlo passare.
La donna però continuava a brontolare e io volevo sprofondare. Arrivata in cima però mi scatta qualcosa dentro. Niente a che vedere con un senso di rivalsa o frustrazione, ma decido che tacere no, non è corretto.
Barcollo per mezza stazione dietro la brontolatrice automatica fino a quando la raggiungo.
«Mi scusi» sopraggiungo da dietro e le metto una mano sulla spalla «mi scusi ma sono impossibilitata a usare la mano destra». Mi chiedo ancora per quale miracoloso intervento divino io sia riuscita a parlare in modo così genuinamente tranquillo e sereno.
Sollevo la mia zampa paralitica e le mostro la sua immobilità.
La donna arrossisce mortificata e balbetta: «Non c’era bisogno che venisse fin qui. Sa » prova a giustificarsi «una volta ho detto a dei ragazzi di spostarsi, ma mi hanno risposto male e…»
E allora lei si sente autorizzata a sbottare contro chiunque, senza togliere lo stand by al cervello?
Ma questa volta sto zitta. Mi sembra già abbastanza turbata e preferisco non infierire. E poi non mi chiamo Batman o Superman.
Forse la mia prospettiva è sbagliata ma non ne faccio tanto una questione di educazione verso i disabili quanto una questione di educazione e basta.
Mi lasciano sempre basita le persone che prima ti spintonano per farsi largo e poi si scusano quando si accorgono che sei handicappata. A me seccherebbe essere spintonata anche se di nome facessi Fiona May. Ripeto me il problema quindi non è tanto il rispetto verso la persona minus habens quanto il rispetto verso la persona tout court. Se io presto attenzione a chi mi sta intorno è ovvio che se noto qualcuno ha difficoltà cerco di dargli una mano. Un piccolo aiuto: per chi lo riceve può essere un’ancora di salvezza nell’oceano della metropoli ma non raccontiamoci che per me che lo compio sia un atto di eroismo. Perché se così fosse – ancora una volta – fortunata la terra dove non ci sono eroi ma solo la giusta dose di civiltà .

E dopo cotanto impegno sociale per sdrammatizzare vi invito sghignazzare glamourosamente alle spalle di Kentozzi.

giovedì 12 gennaio 2012

Fly down with Gaetano

Il computer è lento in modo sospetto. Ho appena finito Volare basso. Mi sorprende ogni volta come Gaetano Cappelli non sia nella classifica dei libri più venduti. È fresco, acuto, colto ma mai pedante e fa riderissimo anche se l’amaro non manca. Però riconcilia con la vita.

In realtà mi sono imposta di scrivere qualcosa invece di andare subito a dormire (sono le 21:30) ma le parole mi escono in modo un po’ forzato. V.B è pieno di osservazioni sul fallimento e coglie perfettamente lo spirito del mese. Sono stata recentemente contattata da una grande azienda pubblica per un ruolo impiegatizio naturalmente come categoria protetta. Da quando ho sostenuto il colloquio circa un anno e mezzo fa questi mi telefonano ogni sei mesi. L’aspetto surreale della faccenda è che quando ho fatto la prova di Office presso l’azienda sotto l’occhio vigile (?) del responsabile delle risorse umane lui si è messo a ridere e io pure di fronte alla mia manifesta incapacità di fronteggiare Excel. 
Eppure questi continuano a chiamarmi (al telefono il loro tono di voce ha un’indolenza che fa paura…).
C’è qualcosa di vagamente frustrante nell’essere contattati per ruoli in cui si è dimostrata la propria incompetenza  solo in virtù dell’appartenenza alle #catprot. Che sia un segno del destino? Forse sono troppo ostinata nel rifiutare il ruolo di invalida che è quello per cui in fin dei conti mi compete di più.
 Forse devo rassegnarmi a dare il mio contributo allo sfacelo del Paese timbrando il cartellino e scaldando la sedia in attesa che le otto ore siano passate. Del resto bisogna assumere gli handicappati  - si è sentita dire una mia conoscente. Poi non resta che aspettare le loro dimissioni.

Ah, Gaetano Cappelli è su Fb. Provo ad aggiungerlo?