Ieri mentre mi aggiravo, più spastica che mai in libreria, mi sono rimessa a pensare che, da lettrice, quel che distingue un vero romanziere è udite udite l'uso del passato remoto. Che pensata ottocentesca, eh? Eppure, nell' inconscio è un'idea radicatissima.
Poi, mi è capitato tra le mani un libro di fantascienza, un romanzo d'esordio semplice e senza pretese, e mi son ritrovata a pensare che se non hai affinato abbastanza la bravura del vero romanziere, il passato remoto rende ancora più artificoso e pretenzioso un romanzo: si vede proprio che è una storia, magari anche avvincente, ma aletteraria.
Per questo ho paura di usarlo.
Nelle prossime settimane mi tocca rimettermi a scrivere perché voglio partecipare a un premio letterario riservato alle persone con disabilità, con l'obiettivo di allungare la mia spastica manina sul primo premio di 500 Euri.
L'idea è quella di istituire un fondo cassa per un viaggio in Irlanda o più probabilmente di pagarmi le lezioni di yoga.
Dal momento che concorro solo per soldi, ho già bene in mente di cosa scriverò ( ormai sono una scaltra operaia dell'industria dell'intrattenimento), mi rimangono un paio di dubbi sul taglio da dare e sul tempo verbale da usare. Boh, magari mi cimento, con 'sto benedetto passato remoto.
In realtà penso anche che quel che vorrei scrivere adesso sulla disabilità è un saggio su Pinocchio e sui falsi invalidi il gatto e la volpe, e poi sul dolore lancinante del mio primo contratto non rinnovato, che anche se sono passati anni, ogni giorno che passa son sempre più convinta di non aver affatto superato la cosa: ogni tanto mi viene ancora in mente il produttore del programma che sotto Natale era passato in redazione per sbaciucchiare le mie colleghe e a me non aveva neanche stretto la mano. Che lo yoga ci aiuti!
domenica 13 luglio 2014
domenica 6 luglio 2014
Il complesso di infimità
Il Talmud dice che il Giorno del Giudizio ci verrà chiesto conto di tutte le volte che avremmo potuto divertirci e non l'abbiam fatto. Di conseguenza, mi sono già immaginata trilioni di volte il Signore Iddio che mi agita l'indice sotto al naso e mi fissa con lo sguardo di chi vuol mangiarti la faccia: «C'erano i cappellini e le trombette di carta, le stelle filanti, la Coca Cola, Brigitte Bardot-Bardot, la birra e anche un tiro di canna per chiudere in bellezza, ma tu niente. Sempre lì vigliaccamente a cercare il mondo, di non scontentare parenti, amici, capi, colleghi, mamme, fidanzati, la commessa della Feltrinelli che s'incazza perché dice che il titolo che le hai chiesto non è disponibile in italiano e non era mica vero. Se uno strazio patetico. Una noia infinita. Già con le mutande abbassate prima che te lo mettano nel culo, nella speranza che ti facciano meno male. E non hai mai dico MAI capito che così il prossimo tuo si sente autorizzato a infierire ancora di più, a darti la rispostaccia che non si permetterebbe mai di dare ad anima viva, morta o X».
Ok, anche il fatto che in questo mio film mentale abbia trasformato Dio, Padre amorevole, nel mio Super Io spietato, la dice lunga sul mio complesso. No, non è un complesso di inferiorità. Il mio è un complesso di infimità. Qualcuno mi aiuti. Perché l'estate, l'afa, il caldo mi fanno sentire una scoreggina che ondeggia sulle due gambine, ancora più fetida.
E no, caro lettore. Non funziona se mi dici di fregarmene. Perché, caro lettore, come reagiresti se me ne fregassi proprio di te?
Vi ricordate di Edna 'O Brien e della sua trilogia di cui ho scritto qualche settimana fa? Ieri, alla Feltrinelli, dove la commessa mi ha risposto che Il libro di George Sand non esisteva in traduzione italiana, quando invece l'aveva pubblicato proprio la Feltrinelli (e non ho avuto il coraggio di dirglielo!!!) ero indecisa se comprare un manuale di autostima, cosa che non ho fatto perché avevo paura di far incazzare e/o preoccupare Marco. Poi da uno scaffale di letteratura ho visto Country Girl, l'autobiografia di Edna 'O Brien, che mi fissava. Allora ho preso quella, insieme a Grandi Regine di Roberto Piumini e Santa Barbara dei Fulmini di Jorge Amado, perché 'sta settimana avevo un po' di soldi extra. Mi immagino sempre la scrittura della'O Brien come una fantasia a righe rosa e grigie, senza pretese, ma genuina, e proprio in questa rosea autenticità sta la sua forza e la sua grandezza consolante.
Ok, anche il fatto che in questo mio film mentale abbia trasformato Dio, Padre amorevole, nel mio Super Io spietato, la dice lunga sul mio complesso. No, non è un complesso di inferiorità. Il mio è un complesso di infimità. Qualcuno mi aiuti. Perché l'estate, l'afa, il caldo mi fanno sentire una scoreggina che ondeggia sulle due gambine, ancora più fetida.
E no, caro lettore. Non funziona se mi dici di fregarmene. Perché, caro lettore, come reagiresti se me ne fregassi proprio di te?
Vi ricordate di Edna 'O Brien e della sua trilogia di cui ho scritto qualche settimana fa? Ieri, alla Feltrinelli, dove la commessa mi ha risposto che Il libro di George Sand non esisteva in traduzione italiana, quando invece l'aveva pubblicato proprio la Feltrinelli (e non ho avuto il coraggio di dirglielo!!!) ero indecisa se comprare un manuale di autostima, cosa che non ho fatto perché avevo paura di far incazzare e/o preoccupare Marco. Poi da uno scaffale di letteratura ho visto Country Girl, l'autobiografia di Edna 'O Brien, che mi fissava. Allora ho preso quella, insieme a Grandi Regine di Roberto Piumini e Santa Barbara dei Fulmini di Jorge Amado, perché 'sta settimana avevo un po' di soldi extra. Mi immagino sempre la scrittura della'O Brien come una fantasia a righe rosa e grigie, senza pretese, ma genuina, e proprio in questa rosea autenticità sta la sua forza e la sua grandezza consolante.
domenica 29 giugno 2014
Scusate il ritardo, ma io so perché l'Italia ha perso col Costa Rica
In questi giorni c'ho l'occhio sguercio, il sinistro, ancora più sifolo del solito, quindi la settimana scorsa non son riuscita a aggiornare il blog. 'Sta settimana il mio occhio sguercio è ancora ugualmente sifolo, ma due righe le devo assolutamente scrivere.
Tipo che il giorno di Italia- Costa Rica ho capito che non puoi sapere mai davvero tutto delle persone con cui dividi la tua vita. Arrivo a casa dal lavoro e mi precipito tutta trafelata ad accendere la tv per seguire la partita, ma siccome son così sudata che mi sento appiccicare alla sedia decido di alzare un po' il volume e di andare a farmi una doccia.
Nel mentre arriva Marcalciofregancazzo, a cui dei Mondiali non frega una benamata minchia.
Io son sotto la doccia, e della telecronaca non riesco a sentire un cazzo. Allora a un certo punto spengo l'acqua e gli faccio: «'Moreeeeeehh, a quanto sono?». «1-0 mi sembra per l'Italia». Nel frattempo sono uscita e mi sto asciugando, quando lui formula la domanda più incredibile, nella storia delle domande incredibili e mi fa: «Scusa Gloria, ma quanto dura una partita di calcio?».
Per un attimo il mondo si ferma. Anche le goccioline d'acqua sui miei capelli smettono di cadere per la sorpresa.Poi, il boato della mia risposta:«Ma 90 minuti, no?!».
Finisco di asciugarmi e torno nell'unico locale del nostro monolocale, chiedendomi com'è che, quando l'Italia ha segnato, non il nostro palazzo non ha vacillato per le grida e le manifestazioni di entusiasmo. Allora scopro quello che il resto del mondo già sapeva, ovvero che c'era sì una squadra in vantaggio, ma non era mica l'Italia.
Quindi scopro un'altra cosa del mio fidanzato che ignoravo e che lui mi butta lì con disinvoltura: se Marco guarda una partita dell'Italia, l'Italia perde. Mi precipito istantaneamente sul telecomando e spengo la tv, ma ormai la frittata è fatta.
Durante Italia-Uruguay la tele naturalmente è rimasta spenta e non ho osato nemmeno controllare l'andamento della partita su Internet, per paura che l'occhio di Marco potesse cadere sul risultato. Come sapete il mio scrupolo è servito a 'ngazz, e il mio entusiasmo calcistico, come dopo ogni ultima Partita dell'Italia ai Mondiali, a pochi minuti dalla sconfitta è andato in letargo dove ci resterà per i prossimi quattro anni.
Tipo che il giorno di Italia- Costa Rica ho capito che non puoi sapere mai davvero tutto delle persone con cui dividi la tua vita. Arrivo a casa dal lavoro e mi precipito tutta trafelata ad accendere la tv per seguire la partita, ma siccome son così sudata che mi sento appiccicare alla sedia decido di alzare un po' il volume e di andare a farmi una doccia.
Nel mentre arriva Marcalciofregancazzo, a cui dei Mondiali non frega una benamata minchia.
Io son sotto la doccia, e della telecronaca non riesco a sentire un cazzo. Allora a un certo punto spengo l'acqua e gli faccio: «'Moreeeeeehh, a quanto sono?». «1-0 mi sembra per l'Italia». Nel frattempo sono uscita e mi sto asciugando, quando lui formula la domanda più incredibile, nella storia delle domande incredibili e mi fa: «Scusa Gloria, ma quanto dura una partita di calcio?».
Per un attimo il mondo si ferma. Anche le goccioline d'acqua sui miei capelli smettono di cadere per la sorpresa.Poi, il boato della mia risposta:«Ma 90 minuti, no?!».
Finisco di asciugarmi e torno nell'unico locale del nostro monolocale, chiedendomi com'è che, quando l'Italia ha segnato, non il nostro palazzo non ha vacillato per le grida e le manifestazioni di entusiasmo. Allora scopro quello che il resto del mondo già sapeva, ovvero che c'era sì una squadra in vantaggio, ma non era mica l'Italia.
Quindi scopro un'altra cosa del mio fidanzato che ignoravo e che lui mi butta lì con disinvoltura: se Marco guarda una partita dell'Italia, l'Italia perde. Mi precipito istantaneamente sul telecomando e spengo la tv, ma ormai la frittata è fatta.
Durante Italia-Uruguay la tele naturalmente è rimasta spenta e non ho osato nemmeno controllare l'andamento della partita su Internet, per paura che l'occhio di Marco potesse cadere sul risultato. Come sapete il mio scrupolo è servito a 'ngazz, e il mio entusiasmo calcistico, come dopo ogni ultima Partita dell'Italia ai Mondiali, a pochi minuti dalla sconfitta è andato in letargo dove ci resterà per i prossimi quattro anni.
domenica 15 giugno 2014
Ha piovuto, finalmente!
Lo capisci quando sei sudato. Ti diventa chiaro quando sei stanco, affaticato, esasperato e poi il cielo diventa plumbeo, e si alza un po' d'aria e alla fine si mette a piovere che sì, Dio è in una brezza che soffia leggera.
(Sto leggendo Dio. Una biografia di Jack Miles. Un mattone eh, ma uno dei saggi migliori su cui mi sia capitato di mettere le mani).
(Sto leggendo Dio. Una biografia di Jack Miles. Un mattone eh, ma uno dei saggi migliori su cui mi sia capitato di mettere le mani).
domenica 8 giugno 2014
I capelli incasinati, Twin Peaks e la mia scialba vita onirica
Ieri sera guardando un video di Carole King sono stata risucchiata in un trip assurdo sul fatto che nei decenni passati chi veniva ripreso durante un'esibizione aveva sempre i capelli in disordine. Mi succede ogni volta che guardo Radio Capital Tv e, dal momento che Marco la adora, mi capita spesso di vedere le dive del pop in piena tempesta elettrica di capelli. Non so perché la cosa mi sconvolga così.
Boh, provateci voi oggi a uscire così, quando non si prende neanche la metropolitana senza essersi date almeno un paio di colpi di piastra. Poi, stanotte ho addirittura sognato che dovevo scrivere un post su questa cosa. Quindi dal momento che - come insegna Twin Peaks - ai sogni bisogna dare retta, eseguo.
Ah, I segreti di Twin Peaks è la mia ultima mania. E' incredibile: mi terrorizza ma non riesco a smettere di guardare.E poi Dale Cooper è un mito. I personaggi femminili hanno tutti delle acconciature impeccabili e anche quelli maschili non hanno mai un capello fuori posto.
Geniale come alterna scene oniriche terrificanti alle piccole gioie quotidiane, look anni '50 e camice a quadri che col senno di poi fanno tanto grunge. Che poi il successo di Twin Peaks e quello di Nevermind dei Nirvana sono più o meno contemporanei, no?
Marco mi ha già avvisata che la seconda stagione finisce di merda con una conclusione buttata lì in fretta e furia. Staremo a vedere...
Intanto mi sono già messa alla ricerca di L'autobiografia dell'agente speciale Dale Cooper e del Diario segreto di Laura Palmer. Di sicuro prima o poi leggerò anche In acque profonde, il saggio di Lynch sulla creatività perché voglio sapere cosa dice a proposito del rapporto tra i sogni e l'immaginazione. Marco è molto rigoroso coi suoi, per molto tempo ha trascritto i suoi sul suo blog e ogni mattina di chiede cosa ho sognato. Io difficilmente me li ricordo e nella mia vita pre Twin Peaks sinceramente non me ne è mai fregato un cazzo, ma adesso inizio a pensare che probabilmente mi sono sbagliata.
Boh, provateci voi oggi a uscire così, quando non si prende neanche la metropolitana senza essersi date almeno un paio di colpi di piastra. Poi, stanotte ho addirittura sognato che dovevo scrivere un post su questa cosa. Quindi dal momento che - come insegna Twin Peaks - ai sogni bisogna dare retta, eseguo.
Ah, I segreti di Twin Peaks è la mia ultima mania. E' incredibile: mi terrorizza ma non riesco a smettere di guardare.E poi Dale Cooper è un mito. I personaggi femminili hanno tutti delle acconciature impeccabili e anche quelli maschili non hanno mai un capello fuori posto.
Geniale come alterna scene oniriche terrificanti alle piccole gioie quotidiane, look anni '50 e camice a quadri che col senno di poi fanno tanto grunge. Che poi il successo di Twin Peaks e quello di Nevermind dei Nirvana sono più o meno contemporanei, no?
Marco mi ha già avvisata che la seconda stagione finisce di merda con una conclusione buttata lì in fretta e furia. Staremo a vedere...
Intanto mi sono già messa alla ricerca di L'autobiografia dell'agente speciale Dale Cooper e del Diario segreto di Laura Palmer. Di sicuro prima o poi leggerò anche In acque profonde, il saggio di Lynch sulla creatività perché voglio sapere cosa dice a proposito del rapporto tra i sogni e l'immaginazione. Marco è molto rigoroso coi suoi, per molto tempo ha trascritto i suoi sul suo blog e ogni mattina di chiede cosa ho sognato. Io difficilmente me li ricordo e nella mia vita pre Twin Peaks sinceramente non me ne è mai fregato un cazzo, ma adesso inizio a pensare che probabilmente mi sono sbagliata.
lunedì 2 giugno 2014
Karoo, o caro Steve Tesich!
Premessa: questo non è tanto un post, quanto una telefonata alla mia amica Al, che data l'ora - adesso sono le 09.15 - e il dì di festa preferisco non chiamare. Ma devo assolutamente dirle di leggere Karoo di Steve Tesich.
Perché parla di una manciata di cose che ossessionano (o hanno ossessionato) entrambe ovvero:
1) La drammaturgia
2) Il rapporto tra la drammaturgia e la vita
3) Gli uomini irrecuperabilmente egocentrici
4) Dio
Grazie al Cielo la voce 3 è stata depennata per entrambe, ma le altre credo sussistano ancora tutte.
A dire il vero un po' mi scoccia che qualcuno abbia già scritto un romanzo così ricco e inappuntabile sul rapporto tra la sceneggiatura e la vita, perché quanto la mia fiducia nelle mie capacità di scrittura fa capolino penso sempre che mi piacerebbe raccontare proprio di questo: Affinità e divergenze tra l'ABC della drammaturgia di Yves Lavandier e la nostra vita dove le linee narrative brancolano cazzo di cane.
Però l'ha già fatto l'amico Steve, con questo signor romanzo.
A dire il vero, ho un attimo diffidato prima di iniziare a leggerlo perché nella fascetta si faceva riferimento all'autore come una specie di Mordecai Richler (quello della versione di Barney) e io odio i paragoni con altri autori nelle fascette dei libri, almeno quanto amo Mordecai Richler, ragion per cui ho rischiato di lasciare Karoo lì sullo scaffale della libreria. Ma poi ho letto una buona recensione, e sono uscita a comprarmelo un sabato pomeriggio dopo pranzo.
All'inizio devo ammettere che la prosa mi ha lasciato un filo interdetta, magnifica davvero eh, ma proprio identica a quella di Richler come stile e temi. Ragion per cui mi sono presa una pausa di una settimanella leggendo altro. E poi tac!, quando l'ho ripreso in mano la sorpresa: a metà del libro la storia decolla lasciando intuire il grande schianto finale e la sua natura tragica - con tanto di catarsi -.
C'è proprio tutto: l'hybris, l'ironia tragica, la colpa oggettiva, quella soggettiva, la catastrofe e appunto, la catarsi.
Solo che invece di essere scritta in versi è in prosa inglese ed è ambientata nell'anno 1991.
A questo punto, vi racconto una cosa.
Ancora mi tormenta che saranno stati 7 anni fa all' esame di drammaturgia ho preso 27. Nessun esame in vita mia mi aveva mai appassionato così tanto o fatto scoprire cose così importanti per me. E' stato il corso più significativo che abbia mai seguito in vita mia e prendere 3 punti in meno del 30 all'esame è stata una secchiata di acqua ghiacciata su una strada cosparsa di merda. Per anni a ripensarci ho sempre sentito il brivido post traumatico, quello che ti fa contrarre le spalle quando ti torna in mente una cosa bruttissima.
Leggere Karoo è stato come aver ridato l'esame. E no, non ho mica preso 30 e lode. Ho preso 27 ma mi sono accorta che il voto non significa un cazzo.
Al accidenti, vai a comprarti quel libro, leggitelo e poi ne parliamo.
Perché parla di una manciata di cose che ossessionano (o hanno ossessionato) entrambe ovvero:
1) La drammaturgia
2) Il rapporto tra la drammaturgia e la vita
3) Gli uomini irrecuperabilmente egocentrici
4) Dio
Grazie al Cielo la voce 3 è stata depennata per entrambe, ma le altre credo sussistano ancora tutte.
A dire il vero un po' mi scoccia che qualcuno abbia già scritto un romanzo così ricco e inappuntabile sul rapporto tra la sceneggiatura e la vita, perché quanto la mia fiducia nelle mie capacità di scrittura fa capolino penso sempre che mi piacerebbe raccontare proprio di questo: Affinità e divergenze tra l'ABC della drammaturgia di Yves Lavandier e la nostra vita dove le linee narrative brancolano cazzo di cane.
Però l'ha già fatto l'amico Steve, con questo signor romanzo.
A dire il vero, ho un attimo diffidato prima di iniziare a leggerlo perché nella fascetta si faceva riferimento all'autore come una specie di Mordecai Richler (quello della versione di Barney) e io odio i paragoni con altri autori nelle fascette dei libri, almeno quanto amo Mordecai Richler, ragion per cui ho rischiato di lasciare Karoo lì sullo scaffale della libreria. Ma poi ho letto una buona recensione, e sono uscita a comprarmelo un sabato pomeriggio dopo pranzo.
All'inizio devo ammettere che la prosa mi ha lasciato un filo interdetta, magnifica davvero eh, ma proprio identica a quella di Richler come stile e temi. Ragion per cui mi sono presa una pausa di una settimanella leggendo altro. E poi tac!, quando l'ho ripreso in mano la sorpresa: a metà del libro la storia decolla lasciando intuire il grande schianto finale e la sua natura tragica - con tanto di catarsi -.
C'è proprio tutto: l'hybris, l'ironia tragica, la colpa oggettiva, quella soggettiva, la catastrofe e appunto, la catarsi.
Solo che invece di essere scritta in versi è in prosa inglese ed è ambientata nell'anno 1991.
A questo punto, vi racconto una cosa.
Ancora mi tormenta che saranno stati 7 anni fa all' esame di drammaturgia ho preso 27. Nessun esame in vita mia mi aveva mai appassionato così tanto o fatto scoprire cose così importanti per me. E' stato il corso più significativo che abbia mai seguito in vita mia e prendere 3 punti in meno del 30 all'esame è stata una secchiata di acqua ghiacciata su una strada cosparsa di merda. Per anni a ripensarci ho sempre sentito il brivido post traumatico, quello che ti fa contrarre le spalle quando ti torna in mente una cosa bruttissima.
Leggere Karoo è stato come aver ridato l'esame. E no, non ho mica preso 30 e lode. Ho preso 27 ma mi sono accorta che il voto non significa un cazzo.
Al accidenti, vai a comprarti quel libro, leggitelo e poi ne parliamo.
domenica 1 giugno 2014
Edna O' Brien ce la sa molto più delle Ragazze di campagna!
Anch'io, come molti stronzi, sono rimasta perplessa dallo straincensamento di un libro come Ragazze di Campagna - e l'ho scritto anche su Anobii -. Frizzante e gradevole, ma stop con un'unica pagina memorabile, quella in cui la protagonista a Londra si descrive guardandosi allo specchio.
Però qualche settimana fa avevo voglia di leggere qualcosa di fresco e immediato (una limonata fresca per il cuore) e così mi sono comprata il seguito, che si intitola La ragazza dagli occhi verdi e, una volta finito quello, ho mandato di corsa Marcommesso a prendermi l'ultimo volume della trilogia, Ragazze nella felicità coniugale.
Preso da solo nessuno di questi romanzi è straordinario ma insieme sì, che sono un capolavoro. Era dai tempi di Harry Potter che non mi capitava di leggere qualcosa di così efficace nel suo svilupparsi volume dopo volume.
In particolare, in Ragazze nella felicità coniugale. sono una figata assoluta i capitoli narrati dalla voce di Baba. Nei primi due romanzi la voce narrante è quella della protagonista Caithleen; nell'ultimo invece il racconto è affidato a un narratore esterno, che si alterna alla voce Baba, che nei precedenti libri abbiamo già imparato a conoscere come ragazza forte, volitiva e senza peli sulla lingua. Quello che il lettore non conosce ed, è proprio la sua linguaccia a svelarci, è l'incredibile fragilità di Cate, il lato patologico della sua personalità «troppo buona, quel genere di bontà insulsa... capito no?» (p.9)
Baba invece è personalità tagliente e fatalista, che guarda le cose in faccia e quando rimane incinta del suo amante, dopo aver provato inutilmente con l'aborto fai da te commenta:« Se volete che vi dica che il crimine non paga va bene, ve lo dico subito, ma lasciatemi anche dire che la virtù non paga, è tutta una questione di fortuna, e la nostra vita è li a dimostrarlo. Bambini, pensai. Che Dio li aiuti perché non sanno da che razza di bastardi sono nati» (p.153)
E qualche pagina prima: «Io so che un minuto dopo che hai chiesto scusa a qualcuno, quello ti pugnala alle spalle ».
Caithleen (che nell'ultimo volume è dventata Kate) invece si zerbinizza, si fa calpestare in nome della bontà e si autodisintegra. Inutile dire che temo che prima o poi capiterà anche a me, che potrei andare in giro con un capello fatto coi piedi che mi mettono in testa. Edna O' Brien ci ricorda quello che aveva già detto Balzac in La Cugina Bette ovvero che le più grandi virtù portate all'estremo si trasformano nei nostri vizi peggiori.
E io mi chiedo se qualche volta si porge l'altra guancia per pura e semplice pigrizia perché è più facile una rassegnazione inerziale che rispedire al mittente la merda che ti hanno spalmato in faccia.
Però qualche settimana fa avevo voglia di leggere qualcosa di fresco e immediato (una limonata fresca per il cuore) e così mi sono comprata il seguito, che si intitola La ragazza dagli occhi verdi e, una volta finito quello, ho mandato di corsa Marcommesso a prendermi l'ultimo volume della trilogia, Ragazze nella felicità coniugale.
Preso da solo nessuno di questi romanzi è straordinario ma insieme sì, che sono un capolavoro. Era dai tempi di Harry Potter che non mi capitava di leggere qualcosa di così efficace nel suo svilupparsi volume dopo volume.
In particolare, in Ragazze nella felicità coniugale. sono una figata assoluta i capitoli narrati dalla voce di Baba. Nei primi due romanzi la voce narrante è quella della protagonista Caithleen; nell'ultimo invece il racconto è affidato a un narratore esterno, che si alterna alla voce Baba, che nei precedenti libri abbiamo già imparato a conoscere come ragazza forte, volitiva e senza peli sulla lingua. Quello che il lettore non conosce ed, è proprio la sua linguaccia a svelarci, è l'incredibile fragilità di Cate, il lato patologico della sua personalità «troppo buona, quel genere di bontà insulsa... capito no?» (p.9)
Baba invece è personalità tagliente e fatalista, che guarda le cose in faccia e quando rimane incinta del suo amante, dopo aver provato inutilmente con l'aborto fai da te commenta:« Se volete che vi dica che il crimine non paga va bene, ve lo dico subito, ma lasciatemi anche dire che la virtù non paga, è tutta una questione di fortuna, e la nostra vita è li a dimostrarlo. Bambini, pensai. Che Dio li aiuti perché non sanno da che razza di bastardi sono nati» (p.153)
E qualche pagina prima: «Io so che un minuto dopo che hai chiesto scusa a qualcuno, quello ti pugnala alle spalle ».
Caithleen (che nell'ultimo volume è dventata Kate) invece si zerbinizza, si fa calpestare in nome della bontà e si autodisintegra. Inutile dire che temo che prima o poi capiterà anche a me, che potrei andare in giro con un capello fatto coi piedi che mi mettono in testa. Edna O' Brien ci ricorda quello che aveva già detto Balzac in La Cugina Bette ovvero che le più grandi virtù portate all'estremo si trasformano nei nostri vizi peggiori.
E io mi chiedo se qualche volta si porge l'altra guancia per pura e semplice pigrizia perché è più facile una rassegnazione inerziale che rispedire al mittente la merda che ti hanno spalmato in faccia.
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