«Se ciò che ti circonda non ti piace, cambialo» recitava un
vecchio slogan.
La tecnologia contemporanea offre un'alternativa più easy:
«Se la realtà non ti piace aggiungici un filtro Instangram». Un tocco di hipsterismo,
che illumina e avvolge di una patina indie la banalità quotidiana da
postare al volo – carpe diem – su
Facebook.
Tutto questo potenziale di lirismo mobile dà da pensare sulla quantità immane di comunicazione, narrazione, e poesia che si può produrre in maniera estemporanea.
Tanti saluti all’arte dell’antichità che veniva scalpellata sui feldspati con sudore e fatica: oggi basta un click sul cellulare e si liberano sul web una miriade di suggestioni – tipo le foto a latere della SdV -.
Frammentarie – è vero – ma perché cimentarsi con la fatica di un grande romanzo quando a portata di polpastrello hai la possibilità di pubblicare tutto quello che vuoi?
Tutto questo potenziale di lirismo mobile dà da pensare sulla quantità immane di comunicazione, narrazione, e poesia che si può produrre in maniera estemporanea.
Tanti saluti all’arte dell’antichità che veniva scalpellata sui feldspati con sudore e fatica: oggi basta un click sul cellulare e si liberano sul web una miriade di suggestioni – tipo le foto a latere della SdV -.
Frammentarie – è vero – ma perché cimentarsi con la fatica di un grande romanzo quando a portata di polpastrello hai la possibilità di pubblicare tutto quello che vuoi?
La risposta ce l’ha data nel 1847 il solito buon Balzac che
in La cugina Bette ritrae perfettamente
l’artista aspirante Canova ma privodi volontà nella figura dell’ambizioso
sculture che:
«parlava mirabilmente
di arte, era sempre, agli occhi dell'alta società, grande artista, per il modo
di parlare, per le sue spiegazioni critiche. Ci sono delle persone di genio a Parigi che passano la loro vita a
parlarsi e che si accontentano di una specie di gloria da salotto».
Sostituite Parigi con
Milano e i salotti con i social
network, i Navigli e le app creative, e forse sarete d’accordo con me che
Balzac aveva previsto l’aria culturale che avrebbe tirato negli anni 10’ del XXI secolo con il
ritrattino sagace di questo Wenceslas Steinbock un
grande scultore di piccoli oggetti. Perché l’atto del creare, ci ricorda il guru Honoré:
«è una lotta sfibrante, temuto e insieme amato da quelle belle e potenti costituzioni, che spesso ne restano stroncate. Un grande poeta dei nostri tempi, parlando di questo lavoro terribile, diceva: -Mi ci metto con disperazione e lo lascio con dolore -»
Riuscite a percepire
la lotta in uno scatto e in una didascalia di una manciata di caratteri da
condividere al volo con amici, nemici e contatti?
Ti senti supercoolissimo, ye ye al cubo e ti volano via le ore che manco te ne accorgi. Come ammonisce ancora HdB:
Ti senti supercoolissimo, ye ye al cubo e ti volano via le ore che manco te ne accorgi. Come ammonisce ancora HdB:
«Dei grandi artisti, come Steinbock, divorati
dall'immaginazione, sono stati giustamente chiamati sognatori. Questi
mangiatori d'oppio cadono tutti nella miseria, mentre, sostenuti
dall'inflessibilità delle circostanze, sarebbero stati dei grandi uomini».
Cerco quindi di non farmi risucchiare dal potenziale social
del mio smartphone (tra l’altro oneroso come un bebè con le sue richieste di
cover e pellicole antimpronte e piani dati) che ha mandato in pensione il mio
vecchio sillypone perché a catturare attimi son capaci tutti, ma la vera sfida
riservata a pochi è di disporli in una qualche trama. Se me lo dimentico,
ricordatemelo, please (via sms, Fb, piccione viaggiatore o scapelotto sul
coppino).
Nessun commento:
Posta un commento