domenica 22 settembre 2013

Spese da sposa

Ieri ho accompagnato un'amica - quella che mi ha chiesto di farle da testimone - in  un atelier di abiti da sposa; una bomboniera di pizzi, rasi e chiffon.
Dopo qualche avvisaglia sulla metro però, appena messo il piede nell'ingresso ho chiesto «Scusi dov'è il bagno?» e una volta sistemate le chiappe sulla tazza della toilette mi sono abbandonata a un imbarazzante attacco di diarrea con Julia Roberts e Richard Gere che mi sbeffeggiavano dalla locandina di Se scappi ti sposo, appesa sulla parete di fronte. Meno male che in quello spumeggiare di tessuti ricercati, la carta igienica non era in tulle. Precisiamo: non credo si sia trattato di un fenomeno psicosomatico tipo il matrimonio mi fa cagare, è che ho avuto una settimana faticosa e stressantissima per altri motivi (a meno che nel frattempo non faccia una rapina in banca o faccia prostituire Marcolgettina) di cui credo mi toccherà parlare tra un po'.

Vedere la mia bellissima amica con addosso bellissimi abiti, mi ha divertito un sacco. Poi  siamo andate da una sarta stilosa, per vedere come funziona farsi fare un abito da sposa su misura e-  vi giuro - era dai tempi di Gira la moda che non mi esaltavo così tanto. Io, sempre stata convinta che l'abito da sposa fosse un'inconcepibile spreco di denaro, sto prendendo in considerazione la possibilità di cambiare idea. In realtà già da qualche tempo sono una fan accanita di Abito da sposa cercasi e pinno con puntualità i vestiti  che mi piacciono e che mi capita di vedere su Etsy. Tutta quest'attenzione per il lato fashion dell'evento ha fatto capolino all'improvviso. Pare che abbia occhio; dev'essere un eredità del lato materno della mia famiglia, mai manifestatosi prima d'ora, ma del resto mia madre e mio zio lavorano da trent'anni nell'abbigliamento femminile.  Magari mi apro un'agenzia di wedding planning, divento richiestissima, mi piglio un bilocale non troppo in periferia e vado via serena.

domenica 15 settembre 2013

Questione di fibra

«La vita ha deciso per te e così hai deciso di riassumerti da solo…» recita lo spot di una compagnia telefonica. Compagnia telefonica che – probabilmente - ha invitato molti suoi dipendenti a fare lo stesso, come ho scoperto un giorno in cui la connessione  ha fatto ciriciao! e  dato forfait, costringendomi a contattare il servizio assistenza.

Al termine della precessione di  prema uno, prema due,  spremi il brufolo che nel frattempo è spuntato sul popò informano me, gentile cliente,  che la chiamata sarebbe stata gestita dall’estero. Non credo che un’azienda di telecomunicazioni decida di esternalizzare il servizio assistenza per genuino spirito filantropico e per far crescere il paese, dal momento che anche qui da noi ci sarebbe bisogno di qualche punto percentuale di crescita, come ricorda Enrico Mentana con inquietante, puntuale quotidianità al tg delle otto.

Attualmente, a Milano lo stipendio di un operatore di call center full time – almeno nel settore vendita – non permette di fronteggiare con tranquillità le spese  ordinarie di affitto, vitto e trasporto. Ora, mi chiedo, quanto può offrire in busta paga una compagnia telefonica a un operatore nordafricano o mediorientale, disposto – come del resto tutta la nostra generazione worldwide –  praticamente a tutto pur di guadagnare qualcosa?

Sempre naturalmente che la compagnia non abbia deciso di gestire la faccenda interamente in outsourcing, affidando a un’agenzia esterna il compito di ricercare, formare, sfruttar… pardon, far lavorare e salariare il personale.

Se già qui gli stipendi nel settore della telefonia sono bassi, non oso pensare a quanto possano ammontare fuori dall’Italia… Stipendi nani?

Lo scaricabarile lavorativo che del resto imperversa in ogni settore, da quello delle produzioni televisive a quello della manifattura, come dimostrava, qualche anno fa, questa agguerrita inchiesta di Report.



Certo che poi la fibra uno se la fa venire per forza, e un giorno forse qualcuno molto infuriato userà la propria fibra per impiccare certuni, quelli che vorrebbero rilanciare i consumi, ma creare lavoro è tanto, tanto difficile…

domenica 8 settembre 2013

Ti regalerò i regoli....

Ieri in sbufficio non so perché a un certo punto ha preso il via una discussione sui numeri e così ho (ri)scoperto che oltre ai numeri interi ne esistono di tanti tipi diversi oltre ai decimali, interi e con la  virgola. Ho scoperto che ci sono anche gli irrazionali che forse sono quelli che digito io al lavoro, in preda al panico computazionale e i surreali (le sviste nei conteggi?).
Ci son persone che la provvidenza ha sponsorizzato con un microprocessore nel cervello, altri hanno una calcolatrice.
A me è toccato un abaco.
Più che un’avversione nei confronti della matematica  nutro un vero, sacro terrore dei conteggi: mi perdo in un bicchiere di calcoli.
Mi ricordo ancora la prima lezione: la maestra ci aveva fatto disegnare dei cerchi rossi con dentro gli oggetti che c’erano sul banco o sulla cattedra. Poi aveva iniziato a spiegare la teoria degli insiemi.
Io ho pensato:«Eeeeeeeeehhhhhhhh?!».

I 23 anni seguenti sono tristemente noti.

Dall’anima pia che mi dava ripetizioni al liceo e se n’è andata a prendere i voti a mia mamma che  - una volta che mio padre si era messo in testa che dovevo iscrivermi a economia o ingegneria – gli ha risposto: «Ma se l’è gnè buna de fa du più du gnè cò la calcolatrice».
Te ne pentirai, mi si ripeteva, e devo dire che sì ho avuto più di un’occasione di rimpiangere i miei limiti computazionali, soprattutto le volte che stavo cercando un impiego e le offerte per le categorie protette sono interamente dedicate a impiegati o contabili. Un handicappato deve compensare i suoi limiti fisici potenziando le sue capacità di calcolo; se non ce la fa rimarrà sempre un debito per la società tutta, e io mi sa che rimarrò insolvente a vita.

L’epilogo si sarebbe forse potuto cambiare se mi fossi imbattuta nella storia dei numeri o se un angelo mi fosse apparso in sogno,  rivelando a quella me stessa seienne che la radice di aritmetica è la stessa di arte e ritmo, cosa che ho  scoperto una quindicina d’anni dopo preparando un esame di semiotica. La matematica – come i racconti – è un principio ordinatore della realtà dovrebbe aiutare a tenere sotto controllo il reale, non farci dare di matto.
Se masticate anche un po’ di drammaturgia sapete anche che una struttura narrativa assomiglia a un grafico.

Vorrei poter ricominciare da capo alla luce di tutte queste info. Sarei stata una persona più dotata e brillante.
Al pentimento segue il perdono dello Spirito dell’aritmetica?
Come ripopolare di neuroni la parte del cervello che presiede ai conti e sottarre un po'di inadeguatezza, moltiplicando la fiducia in se stessi?

sabato 31 agosto 2013

Dalla Sicilia all'Esselunga: La spesa del rientro...

Avrei potuto postare l'immagine di uno strabiliante panorama siculo ma poi mi avrebbe ghermito la malinconia, quindi ho deciso di  mettere la foto della prima spesa del rientro trasportata fino a casa al canto di « E parlar di surgelati rincasando senza guardar le vetrine che altrimenti Marco si incassa un po'....» sulle note di Perché no?

Uno dei miei manuali di scrittura creativa sostiene che osservando i carrelli della spesa altrui nei supermercati si possono intuire un sacco di cose sui consumi della gente, e quindi in definitiva sull'animo delle persone. Dimmi cosa compri e ti dirò di sei, incartamenti altro che cartomanti!
Una ragazza di origine asiatica in coda davanti a noi alla cassa avrà comprato una decina di noci di cocco e poco altro. Certo, la cocos nucifera è un ingrediente base della cucina orientale ma ricette di cocco con cocco accompagnate da fette cocco non ne conosco.
Noi abbiamo preso, tra le altre cose pollo, tortillas e salsa piccante per le faijtas.
Spero che dalla fotografia si evinca almeno che qui alla Scoreggia di Versailles si prova a mangiare se non sano almeno assennato.

Mi rendo conto che non sto scrivendo quello che avevo intenzione di annotare: avrei avuto  un sacco di cose da raccontare su Sicilia&Co - tipo lo strepitosissimo concerto di Max Gazzè (lunga vita al pop poetico!)  - ma il solo pensiero di metterle qui nero su bianco mi fa salire il magone; ripensare all'amico che ci aveva invitati per non sprecare il biglietto, dal momento che la tipa per cui  li aveva presi  gli ha  tirato buca,  che se ne stava un po' mogio sui gradoni del teatro greco di Taormina, mentre io e Marco che ci dimenavamo elettrizzati come due cavalette adrenaliniche... Ah, che ricordi, quanta nostalgia canaglia!

L'unica cosa che  devo  inevitabilmente segnalare (perché suppongo to be continued)  è che una decina di giorni fa, mentre ero garbatamente appollaiata sul divanetto di mia suocera, ho ricevuto una telefonata dalla mia amica Aga che mi ha invitata ufficialmente ad essere la sua testimone di nozze. Quindi nelle prossime settimane si andrà per atelier d'abiti da sposa: Randy Fenoli aiutaci tu!

venerdì 16 agosto 2013

Vacanze prepartenza con Marco, Jay, Silent Bob, Honorè e Stefan Zweig!

Festeggiamenti alternativi del dì di Ferragosto, giorno di Maria Assunta in cielo a tempo indeterminato, in sintesi:

- rigorosamente nella Scoreggia di Versailles sotto il getto d’aria del climatizzatore
pranzo con il gelato avanzato in vaschetta (la gelateria  è chiusa fino al 20 del mese)
in compagnia di Jay&Silent Bob… Fermate Hollywood! - coccole a Marcuggioso in crisi esistenzialcreativa
- ben due livelli di Candy Crush superati in un giorno
- Anobii aggiornato
- serata  sprofondata nella lettura del Balzac di Stefan Zweig

Sull’ultimo punto grande applauso alla Castelvecchi,  attendevo la ristampa di questo libro da almeno un paio d’anni. Curiosamente la casa editrice sembra essersi evoluta in sintonia ai miei interessi: ricordo che da ggiovane cercavo i suoi libri sulla controcultura punk e da qualche parte a casa dei miei dev'esserci ancora Allucinazioni. Esercizi di vertigine. Novanta porte della percezione senza passare dalla droga.
La biografia di Balzac è fenomenale: gran consumatore di caffè e ossessionato dalle revisioni delle sue bozze, scriveva di getto ma in fase di revisione ribaltava tutto, un pc gli avrebbe sicuramente fatto comodo. La sua capacità di resistenza e velocità nel produrre contenuti editoriali era incredibile, da fare invidia alle fabbriche cinesi clandestine: il Père Goriot è stato scritto in una quarantina di giorni e la prima parte delle Illusioni Perdute – che secondo me è il top – abbozzata in poche settimane per saldare un debito, uno dei tanti da cui si lasciava oberare in allegria.

Al confronto di tanta celerità creativa sento un bradipo-lumaca tartarugata  sono settimane che  sto ruminando un incipit (…mi stava venendo da scrivere intro!) ma non ho ancora buttato giù una riga.
Magari ci provo adesso.

«Non me ne frega un cazzo se abbiamo scopato. Prendi la tua roba vattene: sei licenziato».

Ecco, fiuu, l’ho trascritto. Poi domenica parto e quando rientro a Milano ci penso altre settimane e butterò giù qualche altra frase.
Facendo un paio di conti riga di Word ci stanno circa 90 caratteri e in una pagina ci stanno 36 righe. Se io scrivo una o due righe a settimana a meno di non contare su una longevità matusalemmica difficilmente riuscirò a chiudere un romanzo anche di sole 150 pagine.
Quindi, come insegnano gli economisti di questi tempi e il buon Honoré già negli anni Trenta di due secoli fa, la parola chiave è produttività.
Ma c’è una cosa che mi frena.
Dicono che in Italia pare che nessuno abbia il tempo di leggere perché sono tutti occupati a scrivere il loro romanzo nel cassetto; sono l’unica imbecille che quasi non scrive perché non ha abbastanza forza di volontà per rinunciare a qualche ora di lettura vorace?

domenica 11 agosto 2013

Hit hit urrà - A trent'anni dagli strepitosi '80!

Mark dark è in preda alla new wave e mentre scrivo – ascoltando i Matia Bazar – mi rendo conto di quanto siano derivativi i Baustelle. Sto anche rivalutando prepotentemente Valeria Rossi, come ha osservato qualcuno le droghe di cui dispone sono molto più potenti delle nostre. Certo i tormentoni musicali  perseguono delle vie misteriose e infinite, tipo Vamos a la playa, come ricostruisce questo articolo di Repubblica.
Scoprire che i Fratelli Righeira, non sono consanguinei mi turba e che il brano sia stato in origine un pezzo dark quasi mi sconvolge.
 È incredibile come la vita e l’industria musicale snaturino le cose.
Uno parte con delle convinzioni, delle idee e si ritrova ad avere degli atteggiamenti che non avrebbe mai immaginato.
Tipo l’espressione faccina di culo: «È un problema mio?» che sto imparando a usare nei rapporti con la ggente in modo sorprendentemente disinvolto.
Assisto a un drastico calo del mio livello di empatia e mi chiedo se sia un bene oppure no.
Cioè, sto iniziando a costruirci una diga intorno per tenerla sotto il livello di guardia.
Alla fatidica soglia dei trenta, mi sono accorta che non è sano ignorare sistematicamente le frecciatine e/o i colpi bassi altrui, né giustificare sistematicamente le loro scempiaggini comportamentali. É come andare in giro con un cartello “Fottetemi : )” appeso al collo.
Spero di non diventare mai  quel genere di individuo Tyrannosaurus rex che attacca per primo o ti fa capire di sentirsi più furba e in gamba, tre cazzi e mezzo sopra  di te.
Però mi sono arresa all’idea che uno anche se non è capace o non vuole partire all’attacco deve  però saper giocare in difesa, per forza: «Se tu provi a mettermelo nel culo ti faccio vedere che lo trasformo in un boomerang e te lo recapito proprio lì dove pensavi di metterlo a me» o almeno a snocciolare la teoria del karma alle Vittime della propria sconfinata sensibilità: «A ogni azione corrisponde a una reazione. Se il risultato è questo prova a farti un paio di domandine su come cazzo hai agito prima. Auguri!».
Intanto che digito queste cose continua a venirmi in mente una dichiarazione di Courtney Love: «Il cinismo è il male», che continuo a condividere al 100% - e mi chiedo se non cozzi con la mia forma mentis in fase di restyling -.

Magari uno inizia con le osservazioni che sto facendo io e poi si ritrova trasformato in un ibrido tra Adolf Hitler e Crudelia Demon. Aiuto!

sabato 3 agosto 2013

Aggiustatina al look: senza via di scalpo

Indiano metropolitano - attualmente gli invidio la sobrietà del look
La prossima volta prima di andare a dire a un parrucchiere «look  vistoso e eccentrico» e incoraggiarlo con «sentiti libero» e l’onnipresente (mannaggiamme) «vai sereno!» ricordatemi di tagliarmi la lingua altrimenti esco dal salone versione mutilata tricologica.
A mia discolpa posso però dire di aver richiesto un taglio a bassa manutenzione e mi è stato tuttavia via rifilato – per il mantenimento della piega  -  un condimento lu$$o per chiome a base di sale marino  che, se non mi faceva lo sconto, sforavo anzi sfondavo il budget mica da ridere.
Marcocuzzulo poi viene a recuperarmi e fa una faccia tipo la decapitazione ti avrebbe valorizzata di più e per un attimo temo che provveda lui stesso a attuare il restyling col coltellaccio da cucina, una volta rientrati a casa.
Vabbè, io son del parere che un parrucchiere col porto di forbici farà sempre quel cazzo che vuole, quindi tanto vale lasciarlo fare.
Che poi, con la fila chilometrica di gente più o meno capellona che si snodava in attesa, certo che uno si mette a tagliare in modalità René Ferretti.
E tu sei lì che aspetti e  sfogli il non plus glamour delle riviste che strabordano di pseudo/ para / semi / post  guru dello stile, persone che vedono gente e fanno cose e pensi che tu non fai né uno né l’altro, tanto meno permetterti i capi sartoriali immortalati nelle patinassimo pagine di pubblicità.
Allora, che fare?
«Massì, almeno un po’ di coolness nei capelli». Così indebolita e resa influenzabile dal proprio senso di anonimità, qualunquismo estetico e mediocrità stilistica una si lascia fare qualsiasi cosa, anzi istiga il parrucchiere a osare nella speranza di aggiudicarsi qualche punto personalità&figaggine da sfoggiare nel centro di Milano. Qualcuno (Marco) definisce il fenomeno crisi hipsterica, basta mettersi comodi, passarsi un dito nella cresta punk anni ’80  che incombe sulla sommità centrale della zucca e aspettare che si plachi.
Tanto tutto passa, e se agli uomini i capelli cadono alle donne ricrescono come alle lucertole rispunta sempre la coda mozzata.