Lo capisci quando sei sudato. Ti diventa chiaro quando sei stanco, affaticato, esasperato e poi il cielo diventa plumbeo, e si alza un po' d'aria e alla fine si mette a piovere che sì, Dio è in una brezza che soffia leggera.
(Sto leggendo Dio. Una biografia di Jack Miles. Un mattone eh, ma uno dei saggi migliori su cui mi sia capitato di mettere le mani).
domenica 15 giugno 2014
domenica 8 giugno 2014
I capelli incasinati, Twin Peaks e la mia scialba vita onirica
Ieri sera guardando un video di Carole King sono stata risucchiata in un trip assurdo sul fatto che nei decenni passati chi veniva ripreso durante un'esibizione aveva sempre i capelli in disordine. Mi succede ogni volta che guardo Radio Capital Tv e, dal momento che Marco la adora, mi capita spesso di vedere le dive del pop in piena tempesta elettrica di capelli. Non so perché la cosa mi sconvolga così.
Boh, provateci voi oggi a uscire così, quando non si prende neanche la metropolitana senza essersi date almeno un paio di colpi di piastra. Poi, stanotte ho addirittura sognato che dovevo scrivere un post su questa cosa. Quindi dal momento che - come insegna Twin Peaks - ai sogni bisogna dare retta, eseguo.
Ah, I segreti di Twin Peaks è la mia ultima mania. E' incredibile: mi terrorizza ma non riesco a smettere di guardare.E poi Dale Cooper è un mito. I personaggi femminili hanno tutti delle acconciature impeccabili e anche quelli maschili non hanno mai un capello fuori posto.
Geniale come alterna scene oniriche terrificanti alle piccole gioie quotidiane, look anni '50 e camice a quadri che col senno di poi fanno tanto grunge. Che poi il successo di Twin Peaks e quello di Nevermind dei Nirvana sono più o meno contemporanei, no?
Marco mi ha già avvisata che la seconda stagione finisce di merda con una conclusione buttata lì in fretta e furia. Staremo a vedere...
Intanto mi sono già messa alla ricerca di L'autobiografia dell'agente speciale Dale Cooper e del Diario segreto di Laura Palmer. Di sicuro prima o poi leggerò anche In acque profonde, il saggio di Lynch sulla creatività perché voglio sapere cosa dice a proposito del rapporto tra i sogni e l'immaginazione. Marco è molto rigoroso coi suoi, per molto tempo ha trascritto i suoi sul suo blog e ogni mattina di chiede cosa ho sognato. Io difficilmente me li ricordo e nella mia vita pre Twin Peaks sinceramente non me ne è mai fregato un cazzo, ma adesso inizio a pensare che probabilmente mi sono sbagliata.
Boh, provateci voi oggi a uscire così, quando non si prende neanche la metropolitana senza essersi date almeno un paio di colpi di piastra. Poi, stanotte ho addirittura sognato che dovevo scrivere un post su questa cosa. Quindi dal momento che - come insegna Twin Peaks - ai sogni bisogna dare retta, eseguo.
Ah, I segreti di Twin Peaks è la mia ultima mania. E' incredibile: mi terrorizza ma non riesco a smettere di guardare.E poi Dale Cooper è un mito. I personaggi femminili hanno tutti delle acconciature impeccabili e anche quelli maschili non hanno mai un capello fuori posto.
Geniale come alterna scene oniriche terrificanti alle piccole gioie quotidiane, look anni '50 e camice a quadri che col senno di poi fanno tanto grunge. Che poi il successo di Twin Peaks e quello di Nevermind dei Nirvana sono più o meno contemporanei, no?
Marco mi ha già avvisata che la seconda stagione finisce di merda con una conclusione buttata lì in fretta e furia. Staremo a vedere...
Intanto mi sono già messa alla ricerca di L'autobiografia dell'agente speciale Dale Cooper e del Diario segreto di Laura Palmer. Di sicuro prima o poi leggerò anche In acque profonde, il saggio di Lynch sulla creatività perché voglio sapere cosa dice a proposito del rapporto tra i sogni e l'immaginazione. Marco è molto rigoroso coi suoi, per molto tempo ha trascritto i suoi sul suo blog e ogni mattina di chiede cosa ho sognato. Io difficilmente me li ricordo e nella mia vita pre Twin Peaks sinceramente non me ne è mai fregato un cazzo, ma adesso inizio a pensare che probabilmente mi sono sbagliata.
lunedì 2 giugno 2014
Karoo, o caro Steve Tesich!
Premessa: questo non è tanto un post, quanto una telefonata alla mia amica Al, che data l'ora - adesso sono le 09.15 - e il dì di festa preferisco non chiamare. Ma devo assolutamente dirle di leggere Karoo di Steve Tesich.
Perché parla di una manciata di cose che ossessionano (o hanno ossessionato) entrambe ovvero:
1) La drammaturgia
2) Il rapporto tra la drammaturgia e la vita
3) Gli uomini irrecuperabilmente egocentrici
4) Dio
Grazie al Cielo la voce 3 è stata depennata per entrambe, ma le altre credo sussistano ancora tutte.
A dire il vero un po' mi scoccia che qualcuno abbia già scritto un romanzo così ricco e inappuntabile sul rapporto tra la sceneggiatura e la vita, perché quanto la mia fiducia nelle mie capacità di scrittura fa capolino penso sempre che mi piacerebbe raccontare proprio di questo: Affinità e divergenze tra l'ABC della drammaturgia di Yves Lavandier e la nostra vita dove le linee narrative brancolano cazzo di cane.
Però l'ha già fatto l'amico Steve, con questo signor romanzo.
A dire il vero, ho un attimo diffidato prima di iniziare a leggerlo perché nella fascetta si faceva riferimento all'autore come una specie di Mordecai Richler (quello della versione di Barney) e io odio i paragoni con altri autori nelle fascette dei libri, almeno quanto amo Mordecai Richler, ragion per cui ho rischiato di lasciare Karoo lì sullo scaffale della libreria. Ma poi ho letto una buona recensione, e sono uscita a comprarmelo un sabato pomeriggio dopo pranzo.
All'inizio devo ammettere che la prosa mi ha lasciato un filo interdetta, magnifica davvero eh, ma proprio identica a quella di Richler come stile e temi. Ragion per cui mi sono presa una pausa di una settimanella leggendo altro. E poi tac!, quando l'ho ripreso in mano la sorpresa: a metà del libro la storia decolla lasciando intuire il grande schianto finale e la sua natura tragica - con tanto di catarsi -.
C'è proprio tutto: l'hybris, l'ironia tragica, la colpa oggettiva, quella soggettiva, la catastrofe e appunto, la catarsi.
Solo che invece di essere scritta in versi è in prosa inglese ed è ambientata nell'anno 1991.
A questo punto, vi racconto una cosa.
Ancora mi tormenta che saranno stati 7 anni fa all' esame di drammaturgia ho preso 27. Nessun esame in vita mia mi aveva mai appassionato così tanto o fatto scoprire cose così importanti per me. E' stato il corso più significativo che abbia mai seguito in vita mia e prendere 3 punti in meno del 30 all'esame è stata una secchiata di acqua ghiacciata su una strada cosparsa di merda. Per anni a ripensarci ho sempre sentito il brivido post traumatico, quello che ti fa contrarre le spalle quando ti torna in mente una cosa bruttissima.
Leggere Karoo è stato come aver ridato l'esame. E no, non ho mica preso 30 e lode. Ho preso 27 ma mi sono accorta che il voto non significa un cazzo.
Al accidenti, vai a comprarti quel libro, leggitelo e poi ne parliamo.
Perché parla di una manciata di cose che ossessionano (o hanno ossessionato) entrambe ovvero:
1) La drammaturgia
2) Il rapporto tra la drammaturgia e la vita
3) Gli uomini irrecuperabilmente egocentrici
4) Dio
Grazie al Cielo la voce 3 è stata depennata per entrambe, ma le altre credo sussistano ancora tutte.
A dire il vero un po' mi scoccia che qualcuno abbia già scritto un romanzo così ricco e inappuntabile sul rapporto tra la sceneggiatura e la vita, perché quanto la mia fiducia nelle mie capacità di scrittura fa capolino penso sempre che mi piacerebbe raccontare proprio di questo: Affinità e divergenze tra l'ABC della drammaturgia di Yves Lavandier e la nostra vita dove le linee narrative brancolano cazzo di cane.
Però l'ha già fatto l'amico Steve, con questo signor romanzo.
A dire il vero, ho un attimo diffidato prima di iniziare a leggerlo perché nella fascetta si faceva riferimento all'autore come una specie di Mordecai Richler (quello della versione di Barney) e io odio i paragoni con altri autori nelle fascette dei libri, almeno quanto amo Mordecai Richler, ragion per cui ho rischiato di lasciare Karoo lì sullo scaffale della libreria. Ma poi ho letto una buona recensione, e sono uscita a comprarmelo un sabato pomeriggio dopo pranzo.
All'inizio devo ammettere che la prosa mi ha lasciato un filo interdetta, magnifica davvero eh, ma proprio identica a quella di Richler come stile e temi. Ragion per cui mi sono presa una pausa di una settimanella leggendo altro. E poi tac!, quando l'ho ripreso in mano la sorpresa: a metà del libro la storia decolla lasciando intuire il grande schianto finale e la sua natura tragica - con tanto di catarsi -.
C'è proprio tutto: l'hybris, l'ironia tragica, la colpa oggettiva, quella soggettiva, la catastrofe e appunto, la catarsi.
Solo che invece di essere scritta in versi è in prosa inglese ed è ambientata nell'anno 1991.
A questo punto, vi racconto una cosa.
Ancora mi tormenta che saranno stati 7 anni fa all' esame di drammaturgia ho preso 27. Nessun esame in vita mia mi aveva mai appassionato così tanto o fatto scoprire cose così importanti per me. E' stato il corso più significativo che abbia mai seguito in vita mia e prendere 3 punti in meno del 30 all'esame è stata una secchiata di acqua ghiacciata su una strada cosparsa di merda. Per anni a ripensarci ho sempre sentito il brivido post traumatico, quello che ti fa contrarre le spalle quando ti torna in mente una cosa bruttissima.
Leggere Karoo è stato come aver ridato l'esame. E no, non ho mica preso 30 e lode. Ho preso 27 ma mi sono accorta che il voto non significa un cazzo.
Al accidenti, vai a comprarti quel libro, leggitelo e poi ne parliamo.
domenica 1 giugno 2014
Edna O' Brien ce la sa molto più delle Ragazze di campagna!
Anch'io, come molti stronzi, sono rimasta perplessa dallo straincensamento di un libro come Ragazze di Campagna - e l'ho scritto anche su Anobii -. Frizzante e gradevole, ma stop con un'unica pagina memorabile, quella in cui la protagonista a Londra si descrive guardandosi allo specchio.
Però qualche settimana fa avevo voglia di leggere qualcosa di fresco e immediato (una limonata fresca per il cuore) e così mi sono comprata il seguito, che si intitola La ragazza dagli occhi verdi e, una volta finito quello, ho mandato di corsa Marcommesso a prendermi l'ultimo volume della trilogia, Ragazze nella felicità coniugale.
Preso da solo nessuno di questi romanzi è straordinario ma insieme sì, che sono un capolavoro. Era dai tempi di Harry Potter che non mi capitava di leggere qualcosa di così efficace nel suo svilupparsi volume dopo volume.
In particolare, in Ragazze nella felicità coniugale. sono una figata assoluta i capitoli narrati dalla voce di Baba. Nei primi due romanzi la voce narrante è quella della protagonista Caithleen; nell'ultimo invece il racconto è affidato a un narratore esterno, che si alterna alla voce Baba, che nei precedenti libri abbiamo già imparato a conoscere come ragazza forte, volitiva e senza peli sulla lingua. Quello che il lettore non conosce ed, è proprio la sua linguaccia a svelarci, è l'incredibile fragilità di Cate, il lato patologico della sua personalità «troppo buona, quel genere di bontà insulsa... capito no?» (p.9)
Baba invece è personalità tagliente e fatalista, che guarda le cose in faccia e quando rimane incinta del suo amante, dopo aver provato inutilmente con l'aborto fai da te commenta:« Se volete che vi dica che il crimine non paga va bene, ve lo dico subito, ma lasciatemi anche dire che la virtù non paga, è tutta una questione di fortuna, e la nostra vita è li a dimostrarlo. Bambini, pensai. Che Dio li aiuti perché non sanno da che razza di bastardi sono nati» (p.153)
E qualche pagina prima: «Io so che un minuto dopo che hai chiesto scusa a qualcuno, quello ti pugnala alle spalle ».
Caithleen (che nell'ultimo volume è dventata Kate) invece si zerbinizza, si fa calpestare in nome della bontà e si autodisintegra. Inutile dire che temo che prima o poi capiterà anche a me, che potrei andare in giro con un capello fatto coi piedi che mi mettono in testa. Edna O' Brien ci ricorda quello che aveva già detto Balzac in La Cugina Bette ovvero che le più grandi virtù portate all'estremo si trasformano nei nostri vizi peggiori.
E io mi chiedo se qualche volta si porge l'altra guancia per pura e semplice pigrizia perché è più facile una rassegnazione inerziale che rispedire al mittente la merda che ti hanno spalmato in faccia.
Però qualche settimana fa avevo voglia di leggere qualcosa di fresco e immediato (una limonata fresca per il cuore) e così mi sono comprata il seguito, che si intitola La ragazza dagli occhi verdi e, una volta finito quello, ho mandato di corsa Marcommesso a prendermi l'ultimo volume della trilogia, Ragazze nella felicità coniugale.
Preso da solo nessuno di questi romanzi è straordinario ma insieme sì, che sono un capolavoro. Era dai tempi di Harry Potter che non mi capitava di leggere qualcosa di così efficace nel suo svilupparsi volume dopo volume.
In particolare, in Ragazze nella felicità coniugale. sono una figata assoluta i capitoli narrati dalla voce di Baba. Nei primi due romanzi la voce narrante è quella della protagonista Caithleen; nell'ultimo invece il racconto è affidato a un narratore esterno, che si alterna alla voce Baba, che nei precedenti libri abbiamo già imparato a conoscere come ragazza forte, volitiva e senza peli sulla lingua. Quello che il lettore non conosce ed, è proprio la sua linguaccia a svelarci, è l'incredibile fragilità di Cate, il lato patologico della sua personalità «troppo buona, quel genere di bontà insulsa... capito no?» (p.9)
Baba invece è personalità tagliente e fatalista, che guarda le cose in faccia e quando rimane incinta del suo amante, dopo aver provato inutilmente con l'aborto fai da te commenta:« Se volete che vi dica che il crimine non paga va bene, ve lo dico subito, ma lasciatemi anche dire che la virtù non paga, è tutta una questione di fortuna, e la nostra vita è li a dimostrarlo. Bambini, pensai. Che Dio li aiuti perché non sanno da che razza di bastardi sono nati» (p.153)
E qualche pagina prima: «Io so che un minuto dopo che hai chiesto scusa a qualcuno, quello ti pugnala alle spalle ».
Caithleen (che nell'ultimo volume è dventata Kate) invece si zerbinizza, si fa calpestare in nome della bontà e si autodisintegra. Inutile dire che temo che prima o poi capiterà anche a me, che potrei andare in giro con un capello fatto coi piedi che mi mettono in testa. Edna O' Brien ci ricorda quello che aveva già detto Balzac in La Cugina Bette ovvero che le più grandi virtù portate all'estremo si trasformano nei nostri vizi peggiori.
E io mi chiedo se qualche volta si porge l'altra guancia per pura e semplice pigrizia perché è più facile una rassegnazione inerziale che rispedire al mittente la merda che ti hanno spalmato in faccia.
domenica 18 maggio 2014
Mi ha tolto le parole di bocca!
«Mentre scrivo queste parole già rimpiango di averle scritte, perché ho paura che mi facciano sembrare più nevrotica di quanto non sono. Al tempo stesso, temo che mi facciano sembrare esattamente nevrotica come sono, e rimpiango di non averlo saputo nascondere meglio. Rimpiango in continuazione di rimpiangere le cose, perché potrei investire la mia immaginazione in scopi migliori. Non solo: rimpiango anche di sentirmi in dovere di parlare dei miei rimpianti, non soltanto in terapia ma a cena, al parco giochi, al telefono e sulla carta stampata.
In parte lo rimpiango perché sono fortemente consapevole di come vengono percepiti i miei rimpianti quando li esprimo. Ciò che desidero è esplorare a fondo universi paralleli e esiti alternativi possibili (...).
Credo in un certo senso di essere arrivata a a considerare il rimpianto come un gioco deduttivo che, pur non essendo quasi mai divertente, alla fine riuscirà a risolvere tutti i misteri della vita. Era questo il mio obiettivo? Avrei potuto prevedere un risultato del genere? Come sono arrivata fin qui? ».
Carina Chocano, Cos'è il rimpianto, su Internazionale n°1050; 9/15 maggio 2014
In parte lo rimpiango perché sono fortemente consapevole di come vengono percepiti i miei rimpianti quando li esprimo. Ciò che desidero è esplorare a fondo universi paralleli e esiti alternativi possibili (...).
Credo in un certo senso di essere arrivata a a considerare il rimpianto come un gioco deduttivo che, pur non essendo quasi mai divertente, alla fine riuscirà a risolvere tutti i misteri della vita. Era questo il mio obiettivo? Avrei potuto prevedere un risultato del genere? Come sono arrivata fin qui? ».
Carina Chocano, Cos'è il rimpianto, su Internazionale n°1050; 9/15 maggio 2014
domenica 11 maggio 2014
Qui la situazione peggiora
Sono un po' depressa e questo mi spaventa perché la depressione è uno dei sintomi di alcune forme di tumore. Litigo con Marco. Tipo che ieri fa mi fa: «Eh, perché sul blog dovresti essere più spontanea, meno ironica scrivevi cose bellissime all'inizio...».
(All'inizio, ovvero 10 anni fa).
E adesso mi spunta alle spalle, legge prima la frase di questo post e si incazza.
Al che non mi resta che fargli notare «Scusa, ma me l'hai detto tu di scrivere quello che sento, senza preoccuparmi di chi legge». E io a volte sento delle fitte in un punto preciso della pancia - a sinistra - e ho paura che sia il pancreas. Ho così paura che non sono andata nemmeno su Google a cercare se il pancreas è a destra o a sinistra. Mi sto proprio cagando in mano e anche a proposito della defecazione ci sono un paio di cose che mi preoccupano. Quando qualche mese fa ho parlato col medico mi ha detto di non preoccuparmi. Ma - come sapete se mi leggete da un po' - io non riesco a non preoccuparmi.
Sempre ieri mattina, per distrarmi dai miei affanni mi sono messa a leggere E così vorresti fare lo scrittore? di Charles Bukowski e solo aprendolo ho scoperto che si tratta di un libro di poesie. Tipo:
Il modo migliore per creare arte è
bruciare e distruggere concetti comuni e sostituirli
con nuove verità che scendono
dalla testa
ed escono dal cuore.
Sarebbe banale e inesatto dire che a me le verità scendono dal naso e escono dal culo. Io le verità le vorrei cercare in una bella ecografia e in una coprocultura. Non ce la faccio più. Mi chiedo se esista a qui in giro un gruppo di auto-aiuto tipo Fight club: «Tu non sei il tuo reflusso gastroesofageo del cazzo!» Continua a venirmi in mente un capitolo di l'Ultima favola russa in cui c'è quella descrizione del tumore che cresce dentro uno dei personaggi a sua insaputa. Ripensando anche a quello che è successo qualche settimana fa, credo che sia arrivato il momento di fare qualcosa, ma non so cosa.
Idee?
O in alternativa gradite un bel bicchiere di succhi gastrici?
(All'inizio, ovvero 10 anni fa).
E adesso mi spunta alle spalle, legge prima la frase di questo post e si incazza.
Al che non mi resta che fargli notare «Scusa, ma me l'hai detto tu di scrivere quello che sento, senza preoccuparmi di chi legge». E io a volte sento delle fitte in un punto preciso della pancia - a sinistra - e ho paura che sia il pancreas. Ho così paura che non sono andata nemmeno su Google a cercare se il pancreas è a destra o a sinistra. Mi sto proprio cagando in mano e anche a proposito della defecazione ci sono un paio di cose che mi preoccupano. Quando qualche mese fa ho parlato col medico mi ha detto di non preoccuparmi. Ma - come sapete se mi leggete da un po' - io non riesco a non preoccuparmi.
Sempre ieri mattina, per distrarmi dai miei affanni mi sono messa a leggere E così vorresti fare lo scrittore? di Charles Bukowski e solo aprendolo ho scoperto che si tratta di un libro di poesie. Tipo:
Il modo migliore per creare arte è
bruciare e distruggere concetti comuni e sostituirli
con nuove verità che scendono
dalla testa
ed escono dal cuore.
Sarebbe banale e inesatto dire che a me le verità scendono dal naso e escono dal culo. Io le verità le vorrei cercare in una bella ecografia e in una coprocultura. Non ce la faccio più. Mi chiedo se esista a qui in giro un gruppo di auto-aiuto tipo Fight club: «Tu non sei il tuo reflusso gastroesofageo del cazzo!» Continua a venirmi in mente un capitolo di l'Ultima favola russa in cui c'è quella descrizione del tumore che cresce dentro uno dei personaggi a sua insaputa. Ripensando anche a quello che è successo qualche settimana fa, credo che sia arrivato il momento di fare qualcosa, ma non so cosa.
Idee?
O in alternativa gradite un bel bicchiere di succhi gastrici?
venerdì 2 maggio 2014
Dio di illusioni di Donna Tartt ovvero l'invidia del peana?
Sto leggendo Dio di Illusioni di Donna Tartt. Sì, lo so che avevo stroncato la seconda parte de Il Cardellino, ma la sua prosa mi è sembrata comunque magnifica, e poi ha vinto il Pulitzer. Quindi ho deciso di darle un'altra possibilità. Ora che ho quasi finito anche questo romanzo mi domando perché i giovanissimi protagonisti dei suoi libri sono sempre alcolisti o fattoni. Non tossici da strada, tutti ragazzini altoborghesi o almeno di classe media ma con una disinvoltura verso gli alcolici e le droghe che mi ha lasciato un filo perplessa.
In Dio di illusioni i personaggi non fanno in tempo a farsi passare la sbornia che sono tutti di nuovo ubriaco e ogni pagina è avvolta da quell'incertezza tremula da quarto o quinto bicchiere. Poi, nello specifico di Dio di illusioni, i sei protagonisti sono una specie di isolata confraternita fissata col greco e affascinata dal loro seducente docente. Tipo che chiacchierano in greco antico!
Mi ricordo che in quarta o quinta ginnasio ogn tanto mi sono chiesta anch'io come sarebbero suonati certe canzoni di Ligabue o dei Nirvana tradotte nella lingua di Omero ma non è che la cosa si sia spinta più in là di un paio di versi.
Come ne Il Cardellino l'ossessione per la cultura del vecchio continente è incarnata dal dipinto di Carel Fabritius, in Dio di illusioni tutto ruota intorno a Dioniso e alla sua lingua, venerata in modo ossessivo, quasi malsano. C'è un qualcosa di febbrile nelle pagine che mi ha ricordato Delitto e castigo (che è pure citato, ma senza menzionare la fonte, ovvero il povero, vecchio Dostoevskij).
Sembra quasi che la Tartt e i suoi personaggi siano rosi da una specie di invidia del peana, tipo Europeo è bello, Americano fa schifo. Ma faccio ancora fatica a metterne a fuoco il motivo. Strano che a volte i romanzi che consideriamo imperfetti ci ossessionino di più di quelli che schiaffiamo direttamente nell'empireo dei capolavori.
In Dio di illusioni i personaggi non fanno in tempo a farsi passare la sbornia che sono tutti di nuovo ubriaco e ogni pagina è avvolta da quell'incertezza tremula da quarto o quinto bicchiere. Poi, nello specifico di Dio di illusioni, i sei protagonisti sono una specie di isolata confraternita fissata col greco e affascinata dal loro seducente docente. Tipo che chiacchierano in greco antico!
Mi ricordo che in quarta o quinta ginnasio ogn tanto mi sono chiesta anch'io come sarebbero suonati certe canzoni di Ligabue o dei Nirvana tradotte nella lingua di Omero ma non è che la cosa si sia spinta più in là di un paio di versi.
Come ne Il Cardellino l'ossessione per la cultura del vecchio continente è incarnata dal dipinto di Carel Fabritius, in Dio di illusioni tutto ruota intorno a Dioniso e alla sua lingua, venerata in modo ossessivo, quasi malsano. C'è un qualcosa di febbrile nelle pagine che mi ha ricordato Delitto e castigo (che è pure citato, ma senza menzionare la fonte, ovvero il povero, vecchio Dostoevskij).
Sembra quasi che la Tartt e i suoi personaggi siano rosi da una specie di invidia del peana, tipo Europeo è bello, Americano fa schifo. Ma faccio ancora fatica a metterne a fuoco il motivo. Strano che a volte i romanzi che consideriamo imperfetti ci ossessionino di più di quelli che schiaffiamo direttamente nell'empireo dei capolavori.
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